Il testimone: “Non abbiamo mai avuto armi”

Fermato, interrogato e poi rilasciato. Il tunisino rimasto in via Dubini nega che la casa fosse una base terroristica

Come te lo immagini un terrorista islamico? E come te lo immagini un complice o, quantomeno, visto che è stato rilasciato, uno che semplicemente divide la stessa casa, lo stesso bagno, mangia con lui, parla con lui, prega con lui. Non certo mite e rassegnato, magari devotamente religioso, invasato si direbbe, ma non mite e rassegnato. Forse é la parte che gli conviene interpretare o forse no. Secondo gli investigatori aveva un ruolo. Lui comunque è qui.  Trent’anni, maglietta grigia, sguardo stanco. E’ l’unico rimasto nella casa di via Dubini 3. Camionista, da quattro anni in Italia. Qualche mese fa incontra Essaid Sami Ben Khemais negli ambienti islamici di Milano. Fanno amicizia e lui lo segue nella casa di Gallarate. Oggi lavora in nero, in un cantiere edile di Busto Arsizio. Il proprietario é un italiano. Si alza alle 5 e 30 la mattina, prega, alle 6 e 30 prende il treno per Busto, alle 7 è in cantiere. Frequenta il bar vicino, ma non beve vino, il venerdì si precipita nella moschea di Milano. E’ religioso, osservante, mostra la mistica del mussulmano che deve affrontare i soprusi con rassegnazione. "Noi sappiamo che la nostra strada è piena di buche" ripete di continuo. 

Mercoledì mattina è l’unico sveglio, quando entra la Digos in casa. Ma lui, chissà perché, se lo aspettava. "Mi avevano fermato la sera prima mentre correvo, come faccio ogni giorno. Sa, é per far scendere la pancia…". Se lo aspettava quindi. Era in attesa della prova, dell’intervento del classico imprevisto della vita.

Possibile che non avesse visto nulla? Secondo lui non c’era niente da vedere. Sentiamolo: "E’ entrata la polizia, ci hanno portavo via. Io sono andato in Questura a Varese. Mi hanno interrogato per 12 ore. Poi mi hanno rilasciato e sono ritornato a Gallarate con il treno delle 19 e 08". E le armi, le videocassette con le immagini delle torture russe ai danni dei guerriglieri islamici? "No, non era così. Nelle videocassette c’erano solo documentari di animali, astronomia e cose religiose". Religiose? "Sì, religiose, perché noi guardiamo poco la televisione".

Questa la sua versione. E allora perché tanta attenzione da parte delle forze dell’ordine? "Perché é così, noi musulmani dobbiamo sempre subire qualche accidente. Ma noi non abbiamo armi, sono sicuro, non c’entriamo nulla con il terrorismo". 

E cosa le hanno detto i suoi amici? "Mi hanno detto di non avvertire l’avvocato, perchè tanto la cosa si risolve in niente". 
Ed eccola qui la casa, il covo. Sobria, scarna, non é l’Hilton ma nemmeno il budello dove viveva Ion Cazacu. I segni della perquisizione sono visibili. Lui ha messo a posto la cucina, ma le altre stanze sono sottosopra. "Hanno preso anche le guarnizioni dei lavandini, il Tfal ovvero la terra che si mette per fermare la caduta dei capelli, l’acqua ossigenata, i sacchetti con le spezie, il molokheya, ma sono stati gentili, ci hanno fatto prendere i libri e i vestiti".

Perché ha scelto Gallarate? "Perché é una città tranquilla, ho il lavoro, la gente non é razzista e anche Polizia e Carabinieri non sono razzisti". Quanto pagavate d’affitto? "Seicentomilalire al mese". A testa? "No, in totale. E’ anche per questo che stavo qui. I prezzi sono accessibili e poi sono vicino a Milano". Ora dice che non vuole andare al bar perché si vergogna poi forse ci ripensa. E rimane la domanda. Sapeva o non sapeva?

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Pubblicato il 05 Aprile 2001
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