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Direttore Banfi, la vicenda dell’extracomunitario Malcom in coma da un anno e mezzo nel reparto di medicina e i continui dirottamenti di ammalati in altri ospedali ha portato alla ribalta il problema dei "ricoveri impropri" che non consegnano una immagine di efficienza al "Circolo". «E’ necessario qualche dato per evidenziare come l’attuale quadro epidemiologico, caratterizzato da un forte mutamento della struttura demografica e da un incremento delle patologie cronico-degenerative, impatti sui livelli di assistenza ospedaliera. Nei reparti di medicina generale e di geriatria della nostra Azienda , nel corso del 2001, circa il 72% dei ricoveri effettuati riguarda una popolazione superiore ai 64 anni di età, di cui il 31% ultraottantenne. Nei reparti chirurgici la situazione è più sfumata e, tuttavia, i valori relativi alle degenze si posizionano intorno al 50% per le classi di età superiori ai 64 anni. Siamo di fronte a un quadro epidemiologico con tratti del tutto originali rispetto a quello degli anni ’70, epoca in cui prese le prime mosse la riforma sanitaria e ne consegue che i modelli assistenziali per pazienti " acuti " devono essere rivalutati e, soprattutto, ridimensionati a favore di cicli terapeutici che prendano in considerazione "degenze protratte", ospitalità anche parziale, prestazioni mediche in regime di day hospital o domiciliari.»
Una situazione che non è nuova: come e quando verrà risolta ? «Questa realtà, peraltro estesa a tutto il territorio nazionale, pone in rilievo la necessità di considerare il tema della "continuità assistenziale" come centrale nella ridefinizione della strategia dell’offerta dei servizi socio-sanitari. Per quanto riguarda il nostro ambito provinciale, Aziende Ospedaliere e ASL, che gestisce i rapporti con i medici di medicina generale sul territorio e assicura prestazioni sanitarie e socio-sanitarie attraverso la rete distrettuale, dovranno porre con sempre maggiore insistenza attenzione a questo tema e definire strumenti e percorsi di integrazione. La Regione Lombardia ha correttamente affrontato queste criticità nel Piano Socio-Sanitario 2002-2004, e prevede l’incentivazione di trasformazioni di posti letto per acuti in unità di offerta di lungodegenza, tipologia di assistenza che garantisce standard di tipo sanitario e consente la continuità terapeutico assistenziale per malati che non hanno esigenze riabilitative e non sono trasferibili al domicilio o alle RSA. Entro il 2004 è prevista, in Lombardia, la riconversione di 1500 posti letto per acuti in lungodegenza.»
E quanti ne toccheranno a Varese? «L’Azienda Ospedaliera di Varese ha da tempo una proposta operativa nel "cassetto" che i nuovi criteri di programmazione regionale rendono estremamente attuale. Nel corso del 2002 la proposta verrà perfezionata e allora dopo l’assenso regionale potremo gestire con maggiore discrezionalità ed efficacia i casi di pazienti come "Malcom" o, più semplicemente, di cittadini che pur non necessitando di un elevato livello di intensità di cure sono difficilmente dimissibili per ragioni sociali o carenze nell’assistenza extra-ospedaliera. A tal fine abbiamo conferito mandato alle unità operative dell’area internistica di evidenziare il numero di giornate di degenza incongrua correlate ai motivi appena indicati. »
E i posti per i pazienti con patologie acute ? «L’atto di intesa Stato-Regioni dell’8 agosto 2001 e, successivamente, il Decreto Legge n.347 del 18 settembre 2001, impegnano le regioni ad adottare le opportune iniziative per portare il tasso di posti letto per acuti al 4 per mille abitanti. Questo intervento di razionalizzazione, che interesserà tutto il territorio nazionale, comporterà in Lombardia una riduzione di circa 5400 posti letto.»
E quanti allora ne verranno tagliati qui da noi? «L’Azienda Ospedaliera di Varese, attraverso la rivisitazione critica del proprio assetto organizzativo e utilizzando la leva dell’accreditamento, ha già rimodulato la propria capacità d’offerta in coerenza con la propria vocazione di struttura sanitaria fortemente radicata sul territorio del nord della provincia e, tuttavia, in grado di intercettare una domanda anche extra provinciale e regionale. I posti letto attualmente a disposizione sono sotto il profilo quantitativo sufficienti.»
Direttore, lei quando parla di azienda si riferisce anche a Cittiglio e Luino, ma troppi varesini per mancanza di posto continuano a essere dirottati in altri ospedali e questo è francamente inaccettabile. C‘era una volta un ospedale amico della città. «Ogni confronto con il passato non è possibile. Troppe sono le variabili radicalmente mutate nel tempo: la costante crescita della domanda, il meccanismo di finanziamento del servizio sanitario, la cornice legislativa nazionale e regionale, l’avvio del processo di aziendalizzazione, la definizione di un’arena competitiva tra strutture pubbliche e private, recentemente l’individuazione dei criteri di accreditamento e dei livelli essenziali di assistenza e, infine, la sempre incombente emergenza infermieristica. L’insieme di questi fattori fisiologicamente ha introdotto nel sistema una forte propensione alla razionalizzazione e alla scelta di priorità. La stessa differenziazione dell’offerta dell’Ospedale di Varese accompagnata dallo sviluppo di alte specialità (cardiochirurgia, neurochirurgia, etc.) è frutto di questo processo.»
Vero, ma finire a Somma Lombardo o a Luino per l’ammalato e per i suoi familiari rappresenta un disagi e costi non solo in termini psicologici. «I problemi nascono da situazioni di urgenza- emergenza e non coinvolgono tutte le aree; c’è un forte impegno da parte di tutti per evitare, al momento del ricovero, il trasferimento del paziente in altre strutture. La costruzione del nuovo ospedale consentirà una ulteriore razionalizzazione delle aree di degenza attraverso il superamento della articolazione per padiglioni, maggiore confort ai pazienti e qualificazione dei percorsi di cura. Questo improrogabile intervento mira a rafforzare in prima istanza il legame con il proprio bacino territoriale; ritengo, pertanto, che i varesini non abbiano nulla da temere sui livelli assistenziali che verranno loro assicurati.»
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