«Continueremo a pregare nella nostra moschea»

In attesa di soluzioni alternative, la comunità islamica non rinuncia a Via Peschiera. Baroudi: capisco i ragazzi, offesi nella loro dignità

«Continueremo a pregare nella nostra moschea finché non ci saranno altre soluzioni». La comunità islamica di Gallarate ha deciso di non rinunciare alla preghiera settimanale; né di privarsi dei locali di via Peschiera.  
Venerdì 25 luglio, ore 12. Uno a volta o a piccoli gruppi, i fedeli affluiscono nello stabile. La moschea, che l’ordinanza del sindaco di Gallarate prevede interdetta alla preghiera, è di fatto aperta. 
Non desistono, i suoi frequentatori. Sono convinti di essere oggetto di una persecuzione politica che poco ha a che fare, sostengono, né con provvedimenti amministrativi né con le indagini in corso, al centro delle quali vi è proprio l’Imam di Gallarate, la guida spirituale. 
«Siamo tutti cittadini di Gallarate. Lavoriamo tutto il giorno, facciamo il nostro dovere e non è giusto che ci venga tolto il diritto di pregare». 
Da qualche tempo sotto i riflettori non gradiscono troppo, a prima vista, la presenza della stampa: poi però si dispongono volentieri a ribadire le loro ragioni. La loro incredulità soprattutto: «Siamo abituati nei nostri paesi a vedere chiese cattoliche e di altre religioni del tutto tollerate e rispettate. Non capiamo perché qui, e solo qui in provincia di Varese, il rispetto della libertà di culto venga messo in discussione in questo modo. Ci hanno promesso altre soluzioni, alternative a questa moschea, ma sino ad ora nessuno ha preso una decisione».
Non era presente Samir Baroudi, il portavoce delle istanze della comunità islamiche, l’interlocutore con le autorità comunali e giudiziarie. La scorsa settimana Baroudi aveva dichiarato che avrebbe fatto il possibile perché il divieto d’ingresso in moschea fosse rispettato. In caso contrario avrebbe preso atto, per defilarsi dal suo ruolo di "mediatore": Raggiunto al telefono Baroudi ha parole di comprensione: "Mi dispiace che i ragazzi siano costretti a fare questa scelta nonostante l’ordinanza del sindaco. Del resto è impensabile pregare all’aperto, anche per il caldo che fa. Quanto a me, ho preso l’impegno di non entrare in moschea e lo rispetterò come segnale di disponibilità nei confronti del sindaco. Mi sto dando da fare per trovare soluzioni alternativi. Nei prossimi giorni avrò numerosi appuntamenti per trovare altre sedi. Ma capisco i miei compagni: sono stati offesi nella dignità».
Quanto alle sue possibili "dimissioni" da un incarico che peraltro è del tutto informale, Baroudi è chiaro: «Non me la sento di lasciare i ragazzi soli al loro destino. Mi sentirei in colpa». 

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Pubblicato il 25 Luglio 2003
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