La lotta all’Aids passa da Busto Arsizio
Parte tra un paio di giorni la sperimentazione di un vaccino destinato ai sieropositivi. L'ospedale di Busto scelto dagli americani con altri tre nosocomi per confermare la validità della terapia
Tra un paio di giorni il primo paziente si sottoporrà alla terapia conosciuta con il nome di "Remune". Si tratta di una sperimentazione che coinvolge l’ospedale di Busto Arsizio insieme al Sacco e ai nosocomi di Pavia e Firenze e che viene realizzata su commissione della Food and Drug Administration americana (FDA).
«Gli americani, che hanno già testato la terapia su duemila pazienti, hanno chiesto al professor Clerici della cattedra di immunologia dell’università di Milano di confermare ulteriormente i risultati». Giuliano Rizzardini, primario del reparto di malattie infettive di Busto, è impegnato in prima persona in questa seconda fase sperimentale, grazie alla collaborazione con il professor Clerici:
«Il Remune è un vaccino terapeutico per sieropositivi, che serve ad aumentare le difese e posticipare, così, l’assunzione di farmaci».
L’ospedale di Busto seguirà almeno una decina di pazienti che volontariamente si sottoporranno a questa terapia: «Fanno parte dei circa 1500 pazienti che seguiamo e che presentano le caratteristiche richieste dal FDA. Le loro condizioni verranno poi monitorate per i prossimi sei mesi».L’Aids, dunque, si conferma il nemico da combattere anche se la guerra non sembra poi più tanto lunga: «Escono farmaci nuovi in continuazione e i risultati sono evidenti. Rimane il problema della cronicità dell’assunzione con le implicazioni tossicologiche. Ma nel complesso la situazione fa ben sperare per il futuro».
E se per il futuro si può azzardare ottimismo, oggi la situazione rimane preoccupante: «L’Aids è tornato in modo prepotnte. Oggi le vittime sono per lo più eterosessuali che sottovalutano il problema e scoprono la malattia quando è ormai conclamata. Si è abbassata la guardia dal punto di vista della prevenzione. I giovani sono meno attenti al problema. Scoprire la malattia in tempo è essenziale».
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