Si indaga sui delitti della setta

L'indagine sugli omicidi commessi a Golasecca e Somma continua: una scia di feroci omicidi che riserverà alter sorprese

I delitti della setta satanica potrebbero essere almeno sei. I magistrati di Busto Arsizio stanno indagando su altri tre episodi, dopo la scoperta dei cadaveri di Fabio Tollis e Chiara Marini, i giovanissimi milanesi assassinati e sepolti nel bosco al confine tra Somma e Arsago il 17 gennaio del 1998, e l’uccisione di Mariangela Pezzotta, il 23 gennaio 2004, nello chalet di Golasecca.
I pm Tiziano Masini e Antonio Pizzi si dicono quasi certi che vi sia la mano della setta dietro la morte di Andrea Bontade, schiantatosi a folle velocità contro un muro, a Gallarate, nel 1999, e di un altro giovane impiccatosi sei mesi fa a un palo della luce, in un bosco non lontano da quello in cui sono stati trovati i cadaveri. Il terzo episodio sospetto riguarda la morte per overdose di un amico dei ragazzi, nel 2000. Tutte e tre le morti potrebbero in qualche modo esser state provocate, con pressioni e minacce, dai ragazzi della setta. L’obiettivo? Rimanere solo in cinque, gli eletti.
Le suggestioni, le minacce, le violenze sessuali del gruppo stanno emergendo in un quadro sconcertante, di droga e violenza. I delitti sono stati commessi con pugnali e mazze, una ferocia bestiale, sconcertante.
Il gruppo era costituto da 8 – 10 ragazzi, coperti da alcuni amici e in contatto con quello che qualcuno definisce un terzo livello, forse qualche adulto e qualcuno capace di suggerire riti e suggestioni ai ragazzi. Ma sui questo punto, il procuratore capo Antonio Pizzi frena: «Non esistono riscontri sull’esistenza di un cosiddetto terzo livello» ha dichiarato ancora questa mattina. Lo stesso Pizzi ha però confermato nuovamente l’attività di indagine sulle morti sospette.
I pm hanno interrogato più volte Andrea Volpe, il giovane di 27 anni considerato, insieme a Nicola Sapone, 28 anni, il capo del gruppo. Forse il capo, di certo l’autore dell’omicidio di Mariangela, finita poi a badilate, con la complicità di Sapone, e paradossalmente proprio quello che ha parlato, rivelando il luogo dove erano sepolti i due cadaveri.  
Ma sono da chiarire anche le posizioni del 23enne Marco Maccione, minorenne all’epoca dell’omicidio nel bosco e Pietro Guerrieri detto Wedra, il giovane di Brugherio finito in clinica psichiatrica, imbottito di droga, con la paura costante di esser ucciso dai suoi stessi compagni. 

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Pubblicato il 07 Giugno 2004
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