Un posto nel mondo punta sul documentario

Prosegue all’università dell’Insubria la rassegna cinematografica “Un posto nel mondo”

“Un poso nel mondo”, la rassegna cinematografica dedicata al cinema “che non ha voce”, prosegue le sue programmazioni martedì 16 novembre, alle ore 21, presso l’Aula Magna dell’Università dell’Insubria con una serata dedicata a due documentari: il primo è dedicato alla vita di Susanne Lewinger, mentre il secondo che ha vinto l’ultimo festival di Locarno.

La prima opera si intitola “Susanne Lewinger, una vita nel novecento” di Alberto Gagliardo e Iaia. L’intervista a Susanne Lewinger ricostruisce la sua vita: l’infanzia in Germania, la successiva fuga, l’internamento in Abruzzo per le leggi razziali, la Liberazione. Una vita normale nella quale la Storia ha fatto irruzione. Nata a Colonia, in Germania, il 21 settembre 1914, in una famiglia di ebrei tedeschi profondamente assimilati, dopo la presa del potere di Hitler, con l’emergere di evidenti e minacciosi segnali di antisemitismo, si allontanò (come del resto fecero anche la madre, la sorella maggiore Dora e il fratello Adolf) dalla Germania, rifugiandosi in Italia. A Gardone Riviera conobbe la famiglia Landi che la ospitò e le diede lavoro come insegnante.
All’entrata in guerra dell’Italia, seppure tedesca, cioè cittadina di uno stato alleato, in quanto ebrea fu arrestata come era previsto per i cittadini stranieri, e fu condotta nel campo di internamento femminile di Lanciano, dove rimase fino al febbraio 1942. Passata al regime di cosiddetto "internamento libero", con l’8 settembre riuscì a sottrarsi ai controlli del regime restrittivo e a riparare nell’entroterra abruzzese. A Torricelle Peligna conobbe l’avvocato Giovanni Javicoli di San Vito (il futuro sindaco della città, che sarebbe diventato suo marito), col quale, dopo il passaggio del fronte, ritornò alla libertà. Susanne Lewinger Javicoli è morta a San Vito Marina il 6 agosto 2001.

 

A seguire sarà proiettato “Un’ora sola ti vorrei” di Alina Marazzi. «Il film è la ricostruzione della mia personale ricerca del volto di mia madre, attraverso il montaggio dei filmati girati da mio nonno. Un tentativo di ridarle vita anche solo sullo schermo, un modo per celebrarla ricordandola. Per quasi tutta la mia vita il nome di mia madre è stato ignorato, evitato, nascosto. Il suo volto anche. Ho la fortuna invece di poterla vedere muoversi, ridere, correre… Perfino vederla nel suo primo giorno di vita! E poi vederla crescere, imparare a camminare, sposarsi, portarmi a fare un giro in barca! Raccontare la storia di mia madre attraverso questi vecchi filmati è stato per me ridare dignità al ricordo della persona che mi ha messo al mondo. E’ un regalo che voglio fare a me, a lei, a tutti i figli e a tutti i genitori. Con questo lavoro vorrei anche trasmettere il fortissimo sentimento di nostalgia che ho provato nel guardare queste immagini per la prima volta. Non solo nostalgia per una mamma che non c’è e non c’è mai stata, ma anche nostalgia per tutto quello che è stato e che non tornerà, per quello da cui veniamo e al quale ci sentiamo più o meno consapevolmente legati. La nostalgia come sentimento necessario per il superamento di una perdita. La nostalgia come condizione essenziale per vivere. Nel film ho voluto evocare queste atmosfere e sentimenti che, credo, toccano ognuno di noi».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 15 novembre 2004
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