Quando era tranquilla e sicura Varese?
Riflessione del direttore di VareseNews Marco Giovannelli che fa seguito ad una serie di polemiche innescate dagli episodi di violenza in via Como e dalle richieste delle forze politiche di centrodestra
Leggere il comunicato stampa del segretario della Lega è un buon esercizio per interrogarsi su cosa stia succedendo ai nostri amministratori, che siano al governo o all’opposizione.
Quando Bordonaro parla di Varese la cui reputazione è quella di una città pericolosa a cosa si riferisce? Quali dati ha? Quando parla di Varese con “un’immagine di città signorile, tranquilla e benestante” a quale periodo si riferisce? Così possiamo anche valutare, seppur per gioco, di chiedere di tornare indietro a quell’antico benessere.
Nessuno nega i fatti. Nessuno nasconde il fatto che viviamo un momento delicato e molto complesso, ma sarà bene ricordare che negli anni Settanta c’erano rapimenti. Nella decade successiva il livello della prostituzione anche in strada e di giorno era incredibile. Che nello stesso periodo avevamo il record di morti per overdose. Il decennio dopo anche quelli per Aids.
E se parliamo di spaccio vorremmo prima o poi parlare di consumo della cocaina, quella si che raggiunge vette impensabili e qualcuno dovrà pur farne uso se la spacciano?
Siamo sicuri che il nostro vizio di etichettare tutto e tutti aiuti a comprendere i fenomeni per poi poterli affrontare e cercare di risolvere? Sapendo comunque fin dal principio che soluzioni facili non ce ne sono e che dovremo convivere con una dose di imponderatezza. I “maranza” sono solo gli ultimi in ordine di tempo a finire nel tritacarne di quel bisogno di etichette. Quando poi si uniscono all’altra definizione “zona rossa” il gioco diventa ancora più pericoloso. È un po’ come lo spaccio, “sistemi” un’area e sai benissimo che se le ragioni restano immutate, l’attività si sposterà solo da qualche altra parte.
Insomma, lanciare benzina sul fuoco non aiuta a sviluppare un dibattito civile e che tenga conto della complessità del nostro vivere. Una città è più sicura se vissuta, se animata, se considerata propria dai cittadini e non quando la sicurezza viene determinata da un maggior numero di flusso di auto, da una fitta serie di telecamere o peggio ancora dalla militarizzazione.
Non sono solo parole. Sono scelte da prendere senza gridarsi dietro alla mercé di una propaganda che mira solo a screditare l’altro. Se smettessimo di prendercela con “categorie” di persone senza pensare ad azioni che valorizzino anziché reprimere, forse qualcosa potrebbe cambiere. Ci vorrà tempo e tanta pazienza. Purtroppo la politica sembra non averne, e così facendo non si andrà lontani.
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