«Hanno chiuso cinque bocche, ma ne hanno aperte cinquanta milioni»

Maria, sorella del giudice Giovanni Falcone, ospite d'onore alla LIUC nel primo incontro pubblico sul tema della lotta alla mafia come "seconda Resistenza"

Castellanza è diventata, per una sera, una capitale dell’antimafia. Infatti, nel primo incontro pubblico presso l’Università Cattaneo – LIUC nell’ambito dell’iniziativa del Comune "La
nuova Resistenza – Mafia, legalità e Costituzione"
,
ha portato la sua testimonianza Maria Falcone (nella foto, a destra con il Sindaco di Castellanza Maria Grazia Ponti), sorella del magistrato Giovanni assassinato con la sua scorta il 23 maggio 1992 a Capaci.

«Oggi sulla mafia sappiamo tanto, ma quando nel ’79 Giovanni fu chiamato a Palermo a far parte del pool di magistrati guidato da Rocco Chinnici (anch’egli assassinato da Cosa Nostra, ndr), la parola "mafia" non si poteva nemmeno pronunciare» ha raccontato la signora Falcone. «A Giovanni chiesi perchè accettava, e lui mi rispose che si muore una volta sola». È da frasi come queste, serene, meditate, che è nato il "mito" Falcone. «Gli uomini muoiono, le idee restano e camminano sulle gambe di altri uomini» era un’altra profonda convinzione dell’arcinemico di Cosa Nostra.

Il problema è che le idee mafiose non vogliono saperne di morire. Secondo Maria Falcone, l’atteggiamento più preoccupante è quello della Palermo "bene", «per la quale conta esclusivamente il denaro». «Mafia? Quale mafia?» si rispondeva ancora nel ’93 nei salotti buoni. Ma anche in quartieri malfamati come Brancaccio (dove subì il martirio don Pino Puglisi, ndr) i giovani, a chi chiede un’opinione sulla mafia, rispondono «Boss è bello, si guadagna e si fa guadagnare». In mezzo, la Palermo che cerca di reagire, "riassunta" dall’Albero Falcone (foto), davanti alla casa del magistrato, dove da tredici anni migliaia di persone lasciano messaggi di solidarietà. «Hanno chiuso cinque bocche, ma ne hanno aperte cinquanta mlioni» scrisse un ragazzino in uno dei tanti biglietti spontamente appesi all’albero subito dopo la strage di Capaci.

Il potere della mafia si basa su una fitta rete di collusioni a tutti i livelli: lo conferma il processo in corso in questi giorni nel capoluogo siciliano contro quattro "talpe" che, a tredici anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, passavano informazioni a boss mafiosi. Con il passare degli anni la ribellione antimafia si va affievolendo, nonostante ogni anno si tenga una grande manifestazione a Palermo. «Il passo decisivo per sconfiggere la mafia» ha detto Maria Falcone «è l’educazione dei giovani alla legalità, ma anche la lotta alla mafia "imprenditrice". Perchè oggi i giovani non hanno interesse ad appoggiare uno Stato che non gli garantisce lavoro, come invece la mafia, in modo distorto, fa».

A precedere ed introdurre autorevolmente la testimonianza di Maria Falcone sono stati, dopo i saluti introduttivi del Sindaco di Castellanza Maria Grazia Ponti e del preside di Giurisprudenza della LIUC Mario Zanchetti, il professor Enzo Guidotto e il magistrato antimafia Antonio Laudati. Guidotto, oltre a proporre al pubblico della LIUC gli argomenti già esposti nella conferenza stampa di presentazione di martedì scorso, ha ricordato che il termine "seconda Resistenza" per definire la lotta antimafia fu coniato nel 1992 dal magistrato ticinese Paolo Bernasconi, che identificò Falcone come «uno dei capi di un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale». Guidotto ha messo in luce il ruolo cruciale del soggiorno obbligato per i boss, istituito nel 1956, nell’impiantare e radicare le mafie in tutta Italia, e in particolar modo in Lombardia. «Dal ’61 al ’72 ben 29 mafiosi furono mandati al soggiorno obbligato in provincia di Varese» ha detto Guidotto, ricordando anche i delitti di mafia compiuti al Nord e ai danni di settentrionali, come l’assassinio a Milano, nel 1979, di Giorgio Ambrosoli, l’"eroe borghese" che aveva svelato l’entità del crac del Banco Ambrosiano, oppure quello a Torino nel 1983 del procuratore Bruno Caccia. Guidotto ha anche dato una definizione della cultura mafiosa: «C’è gente che per quante arie di rispettabilità sociale si dia, è culturalmente mafiosa, in quanto pretende di fare i propri comodi senza mai doverne rendere conto a nessuno».

Molto applaudito anche l’intervento del sostituto procuratore nazionale antimafia Antonio Laudati (foto), 25 anni di magistratura dei quali ha raccontato vari aneddoti. Importante, in particolare, il ricordo di un omicidio e di un sequestro di persona compiuti presso Lecco da una feroce banda siciliana, caso che fu risolto in appena dodici ore grazie alla testimonianza di una coppia di fidanzatini brianzoli, che seguirono in auto la macchina dei rapitori fino al fatidico "cambio" d’automobile, facendosi persino sparare addosso. «È importante la collaborazione della gente, la sua fiducia nello Stato». Laudati ha messo in luce il ruolo crescente di donne e minori nelle mafie, ma soprattutto il loro carattere transnazionale, che dalla metà degli anni ’70 è stato sancito dall’esplosione del mercato della droga. I primi patti furono quelli mafia turca-Cosa Nostra per l’eroina (i turchi coltivavano, i siciliani raffinavano), poi vennero quelli tra il cartello di Medellìn e i Cultrera/Caruana (cocaina in cambio di armi). «La caduta del Muro è stato un evento epocale, con l’avvento di nuove mafie. Quella sera stessa intercettammo una chiamata di un boss ad un suo picciotto latitante a Berlino: vai a Est, gli disse, e compra tutto quello che puoi».

Tra le mafie internazionali, la più potente è quella russa, organizzata militarmente, piena di uomini dell’ex KGB e con fortissimi contatti in ambienti militari e politici: «È l’unica mafia che di fatto possiede armi nucleari, tanto è intrecciata con il potere "ufficiale"» ha azzardato Laudati. Dopo i russi vengono i colombiani; gli italiani, ormai, sono relegati al terzo-quarto posto. Fulminea è stata l’esplosione delle mafia albanese, che dopo lo sfruttamento della prostituzione ha trovato un nuovo business nella coltivazione e spaccio della cannabis. «Queste mafie hanno più denaro del 90% degli Stati ONU» Ha ricordato Laudati; «sono talmente ricche che ciò che vogliono, se lo comprano, punto. Possiedono migliaia di società di copertura in paradisi fiscali in cui non si applicano le norme sulla trasparenza bancaria… Ma il vero pericolo oggi è la corruzione. Non è un caso se solo in Italia abbiamo sotto inchiesta per rapporti con la mafia 40 magistrati, 200 funzionari di alto livello dello Stato, e vari importanti esponenti politici. L’unico modo di resistere è di essere come i fidanzatini della Brianza: testimoni di legalità».

Tutti gli eventi

di ottobre  a Materia

Via Confalonieri, 5 - Castronno

Redazione VareseNews
redazione@varesenews.it

Noi della redazione di VareseNews crediamo che una buona informazione contribuisca a migliorare la vita di tutti. Ogni giorno lavoriamo cercando di stimolare curiosità e spirito critico.

Pubblicato il 06 Maggio 2005
Leggi i commenti

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.


Vuoi leggere VareseNews senza pubblicità?
Diventa un nostro sostenitore!



Sostienici!


Oppure disabilita l'Adblock per continuare a leggere le nostre notizie.