Mamma albanese: “Ho paura, a Besano non ci torno”
La madre del minorenne, accusato di concorso in omicidio, teme ritorsioni. Domani il figlio sarà sentito dal gip del tribunale dei minori
«Ho paura, a Besano non ci torno». A parlare è Tea la madre di Fatjon (Fabio in italiano), il minorenne albanese accusato di aver preso parte all’omicidio di Claudio Meggiorin, il barista di Besano ucciso sabato sera, mentre cercava di sedare una rissa tra albanesi e italiani.
I capelli lunghi e curati sono una cornice inadatta ad un viso stanco. Indossa pantaloni neri, un maglione in apparenza elegante e le ciabatte estive, nonostante il freddo di questi giorni. Tea nel suo buon italiano cerca di spiegare i suoi sentimenti. Sembra una donna forte, ma le pause continue tradiscono il suo smarrimento. Da immigrata ben integrata in Italia ad albanese madre di un complice nell’assassinio di un giovane italiano, c’è un salto troppo grande.
«Quattro giorni d’inferno» dice il suo legale, quasi a giustificare i tentennamenti della donna. Lei cerca di rispondere alle domande dei giornalisti, ma il suo pensiero è bloccato come la puntina che si incanta sulla traccia di un disco rotto. Perdono e paura. Paura e perdono. «Chiederò scusa per tutta la vita, anche se non ci sono parole per placare il dolore di una madre. Non tornerò a Besano, chi mi aspetta lì. E poi quella sera sembrava che tutti mi volevano ammazzare. Come faccio a tornare al lavoro, è lì a due passi da Besano. Non posso, ho paura».
La caccia all’albanese per le strade di Varese ha lasciato il segno. «Non è giusto perché non hanno colpa tutti. Qui in Italia sono venuti a lavorare proprio quelli che in Albania non accettavano le regole antiche della vendetta. I clandestini quelli sì…». Si chiama Kanun ed è la legge del clan famigliare e delle tribù. È il tentativo di regolare il sistema delle vendette di sangue, una consuetudine antichissima. Nel Paese delle aquile quando viene leso l’onore di una persona, questo deve essere riparato. «Da noi per un niente si possono scatenare guerre tra famiglie che durano anni», spiega la donna.
Il figlio Fabio, di diciasette anni, si trova all’istituto minorile Beccaria di Milano e domani sarà ascoltato dal gip del tribunale dei minori: dovrà rispondere di concorso in omicidio. Tra Fabio e l’omicida c’era un forte legame di amicizia. ll minorenne nel 2004 aveva vissuto per un anno in Albania con la famiglia di Vladimir in attesa di ricongiungersi alla madre.
«Continua a chiedere del suo amico Claudio, non si dà pace» dice l’avvocato Pier Paolo Caso. Dopo il colloquio con il minorenne albanese, il legale è convinto della sua estraneità nella vicenda. «Io credo a Fabio. Non ha partecipato all’omicidio. Si trovava nel locale con Vladimir Mnela. La loro presenza ha attirato l’attenzione di due teste rasate presenti nel bar che li guardavano storto. Sono saliti in macchina hanno fatto un giro della piazza e poi si è scatenata la rissa. Ma Fabio è stato a guardare. È risalito in macchina perché spaventato per quanto stava succedendo. A quel punto ha sentito la madre per telefono che gli ha suggerito di aspettare i carabinieri ai giardini pubblici di Varese».
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