Gli infermieri stranieri non risolvono la crisi in corsia
A colloquio con il presidente provinciale dell'Ipavsi che analizza la questione della carenza di personale. La professione non attrae perchè c'è molta confusione
Quando non c’è manodopera, una fabbrica chiude. Così un ospedale è destinato a fermarsi se non ci sono infermieri.
La crisi delle "vocazioni" del nostro paese non ha nulla di eccezionale rispetto ad altri stati europei ed extraeuropei.
La situazione, però, viene affrontata con un atteggiamento di emergenza che, spesso, non coglie nel segno.
L’ultima "moda" è quella di andare a reperire personale all’estero. Un’esperienza di questo genere si è, però, rivelata "fallimentare" a Tradate: l’azienda ospedaliera era andata in Spagna a cercare personale infermieristico da assumere direttamente. Le neo assunte, però, dopo qualche mese di integrazione, formazione e lezioni d’italiano, avevano lasciato il piccolo comune provinciale per andare nella metropoli milanese, più rispondente ai propri stili di vita.
«L’aspetto debole – spiega Enrico Malinverno, presidente del Collegio Infermieristico della nostra provincia – è proprio quello dell’integrazione culturale. Nonostante questi infermieri vengano supportatti con corsi di lingua e aggiornamenti professionali, rimane meno sostenuto l’approccio umano. Non si investe sull’accoglienza, con supporti culturali. D’altra parte non è nemmeno compito della sanità accollarsi questo aspetto».
Così in corsia, il personale straniero si distingue. Il discorso non vale per la preparazione professionale, dato che i titoli formativi vengono approvati dal Ministero. È una questione culturale, di sensibilità: l’identificazione dei bisogni del paziente è diversa a seconda della propria cultura, della propria istruzione, dei valori con cui si è cresciuti: « Una volta superato l’ostacolo maggiore, che è quello linguistico, si dovrebbe lavorare meglio sull’integrazione in senso ampio».
Quadrare il cerchio, in un problema così complesso, non è, però, semplice. La professione infermieristica ha subito profonde trasformazioni. Da circa una decina d’anni, la formazione infermieristica di base è accademica. Ma è proprio questa elevazione del percorso formativo a creare alcuni squilibri: «Io sono personalmente favorevole alla riforma, ma non nascondo che ci sono dei problemi organizzativi – spiega ancora Enrico Malinverno – Il neo laureato che arriva in corsia vede spesso disattese le proprie aspettative, sia per carichi di lavoro, sia per qualità delle prestazioni. Probabilmente rimane alto il gap tra teoria e prassi. Inoltre, la professione non offre molte possibilità di carriera, la qual cosa demotiva i giovani. L’attività, però, in sé è molto stimolante per le molteplici possibilità di impiego: in campo ospedaliero, sanitario, sociale, sul territorio».
Il lato economico non è sempre l’elemento più negativo: «Molti colleghi di Varese, anche se non più tantissimi , vanno in Svizzera a lavorare. Qui trovano condizioni economiche più favorevoli, ma anche modelli organizzativi migliori e persino strutture più moderne ed efficienti. Oggi, grazie al Decreto Sirchia che riconosce le prestazioni aggiuntive, si vede un miglioramento. Se si riuscisse ad introdurre qualche ulteriore modifica, per esempio, la possibilità, come i medici, di effettuare la libera professione intramoenia, credo che migliorerebbe l’attrattiva del ruolo».
Migliore organizzazione, maggiori incentivi, la giusta considerazione di una figura ad alta formazione: la ricetta per il rilancio della professione potrebbe essere questa. Già alcuni esempi lungimiranti stanno dando buoni risultati: «Qualche legge c’è già. Anche a livello regionale – commenta il presidente provinciale dell’Ipasvi – L’applicazione, però, non è sempre omogenea, creando alcuni squilibri nell’intero sistema».
A complicare il quadro si inserisce anche il discorso degli "OSS" ( operatori socio sanitari): «Io sono personalmente favorevole all’introduzione di figure di supporto agli infermieri, ma solo se rimane ben delineato il loro ruolo. Il problema dell’esercizio abusivo della professione è già abbastanza diffuso».
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