“La musica puo’ sciogliere i nodi della sofferenza”

Intervista a Davide Ielmini autore del libro "La forza che guarisce. Musica psiche e società". Lunedì29 maggio l'autore interviene ad Amor di libro

Il libro "La forza che guarisce" (Centro scientifico editore) è  uno spaccato del mondo musicale e delle sue domande fondamentali: che cosa è la musica, come imprime la sua forza nella psiche e la cura, come si manifesta nei diversi ambiti culturali, come ci accompagna, ci sostiene, ci domina. Il libro, che è stato scritto a sei mani da Boris Luban Plozza, professore e medico di fama  internazionale, Carlo Delli Noci, medico e musicista, e Davide Ielmini, giornalista e critico musicale, saraà presentato lunedì 29 maggio, alle ore 21,  ad Amor di libro (piazza Monte Grappa). Durante la serata interverranno l’autore Davide Ielmini (foto) e Patrizio Fariselli, compositore e mitico fondatore degli Area.

Ielmini, questo libro parla della forza terapeutica della musica, in cosa consiste e che fondamento scientifico ha?
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Ogni qual volta che si ha a che fare con i campi "oscuri" legati alla mente dell’uomo si rischia di essere "banali". Cercheremo di non esserlo. Di musicoterapica ne parlavano, in termini diversi,Platone, Aristotele (che ne evidenziava il chiaro valore medico), re Saul (guarito dalla depressione) grazie alla cetra di Davide. Come direbbe Carlo Delli Noci, coautore de "La forza che guarisce", "con la musicoterapia si scava nel passato sonoro dell’individuo, anche se non è corretto considerare la musica come un vero e proprio farmaco. La funzione terapeutica della musica sta nella capacità di aprire canali di comunicazione non verbali e facilitare il paziente nel lasciare che le emozioni e le espressioni vengano in superficie legandosi al suo bagaglio di ricordi e pensieri ad essi collegati. Il musicoterapeuta svolge un’azione di continuo "dialogo" con il malato: cercando di intercettare le musiche che possano far breccia nella sua mente per aiutarlo a "sciogliere" i nodi della sua sofferenza e dare un significato a ciò che si è ottenuto dopo la seduta musicoterapica". La materia, comunque, è da considerarsi sufficientemente "giovane" e i suoi fondamenti scientifici – legati soprattutto alla psichiatria, agli studi di Boris Luban Plozza, Norman Goldberg e a quelli, sulla musica etnica di Alfred Tomatis, Jean Houston, Vidya Shankar, Pat Cook – sono in continua evoluzione».

Perché la cultura di massa penalizza la musica colta?
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Perché livella e annienta. E perché conduce ad una irrefrenabile corsa al sensazionale, alla preponderanza dell’esteriorità, alla fascinazione. La nuova cultura vuole a tutti i costi mediare tra i prodotti di bassa qualità e quelli retorici e insolenti dell’"alta cultura" nel tentativo di raggiungere un compromesso di gusto medio. La cultura di massa, facendo leva sulla diffusione estrema del prodotto e sulla reazione scontata e prevedibile del pubblico, svuota la musica del suo valore di madre delle anime offrendo all’uomo ciò che più ama: la comodità, il lusso di lasciarsi servire, la possibilità che siano gli altri ad individuare i suoi bisogni materiali e anche spirituali. La cultura di massa, quindi, predigerisce l’arte per lo spettatore e gli risparmia lo sforzo di pensare; rinnega la partecipazione, l’azione, l’inziativa dell’ascoltatore. Lo isola dai suoi simili e lo pone in contatto solo ed esclusivamente con la mercificazione del prodotto musicale. L’elemento centrale della musica colta, quindi, è rappresentato da tutto ciò che la cultura di massa vuole cancellare: la capacità di scegliere ma, soprattutto, il dovere di ascoltare ponendosi il problema di ciò che si ascolta e perché lo si ascolta».

Il caso del rock’n’roll rappresenta un’eccezione, in quanto fenomeno di massa e fenomeno culturale profondo, oppure è solo una grande truffa? 
«È sempre e solo una questione di cultura: con una corretta trasmissione della conoscenza e delle informazioni – e non è escluso un certo revisionismo, se posto su basi storiche concrete – il rock è un fenomeno ampiamente culturale. Diviene una grande truffa quando, attraverso un marketing sterile e da supermercato, tenta di colonizzare la sfera culturale e ideologica puntando alla perdita di identità del singolo e all’evanescenza della sua storicità. Resta il fatto che non si può accettare di porre sullo stesso piano Frank Zappa e le Spice Girls o Nick Cave e Britney Spears. Fin quando le nuove generazioni saranno allevate dalla musica-spot e da insegnanti impreparati (fortunatamente ci sono sempre le eccezioni) il rock sarà divorato da una società falsamente progressista, sempre più legata all’"avere" che all’"essere"».

Considerata la storia musicale del Bel Paese, perché in Italia si educa così poco all’ascolto della musica colta?
«Perché l’educazione alla musica colta costa, e per secoli solo le classi più abbienti si sono potute permettere la pratica di tale genere. A differenza di quanto accadeva in altre nazioni – pensiamo alla Germania, per esempio, o anche agli Stati Uniti – si è sempre percepita con grande fatica la possibilità che chiunque potesse suonare, anche a livello dilettantistico e per cultura personale. Con l’avanzare degli anni molto è cambiato, ma resiste il pregiudizio che chi fa musica per vivere rimarrà sempre, o quasi, un disoccupato. La musica è un bene "velleitario", sul quale investire è rischioso. Lo stesso insegnamento nelle scuole medie inferiori non incoraggia gli studenti: i programmi ministeriali (si sta assistendo ad una trasformazione nell’equiparazione dei Licei musicali, dei conservatori e delle Accademie di Belle Arti agli Istituti Universitari) non hanno certo un respiro europeo e gli alunni si trovano alle prese con i grandi musicisti classici senza sapere, se non per il fatto di condividere con gli amici precisi gusti musicali, dell’esistenza del blues, del rock, del pop, del jazz. Quando si parlerà, con la stessa coscienza critica e con la stessa passione – supportate però da preparazione e capacità d’analisi – di Bach e Dylan, di Charlie Parker e Mozart, di Beethoven e Woodie Guthrie, allora forse saremo a buon punto. Prima di tutto, però, si dovrebbe dare una nuova connotazione a ciò che oggi si intende con "musica colta": Pete Seeger lo è, oppure no?»

Che tipo di consiglio darebbe a chi si avvicina per la prima volta alla musica classica?
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Poter imparare uno strumento, anche solo per curiosità e conoscenza individuale. Poi cercare, esplorare, avvicinare di tutto: è sempre nocivo chiudersi nel proprio recinto e ascoltare con le orecchie degli altri. Formarsi una coscienza critica è indispensabile perché, come diceva Albert Einstein, "Ci sono due modi di vivere la nostra vita. Uno è come se nulla fosse un miracolo. L’altro è come se tutto fosse un miracolo". Tutto sta nell’avvicinarsi alla musica nel modo più corretto: con umiltà ed una gran voglia di conoscenza. Affinché, ogni giorno, si possa vivere il proprio, piccolo miracolo».

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Pubblicato il 27 Maggio 2006
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