Mazza: «Raccomandati siamo tutti»
Il direttore del Tg2 in visita a Busto racconta la Rai e commenta la nomina del nuovo direttore del Tg1 Gianni Riotta
Mauro Mazza (nella foto), direttore del TG2, è un uomo nel limbo – come ogni direttore di telegiornale quando cambia il governo. Lo incontriamo presso la Galleria Boragno, dove, accompagnato dal collega giornalista Mauro della Porta Raffo, è stato l’ospite principale di un incontro sul tema "informazione e politica".
La Rai è in gran fermento: dopo mesi dalla tormentata fase elettorale, la maggioranza governativa di centrosinistra ha iniziato ad esaminare la situazione dell’ente radiotelevisivo pubblico, del suo CdA e delle nomine ai posti che contano. E, inevitabilmente, qualche testa è saltata: la prima è stata quella di Clemente Mimun, direttore del TG1, rimpiazzato da Gianni Riotta. Lo "stile Mimun", un riconoscibile taglio con il passato in direzione dell’"infotainment"e di un tg meno ingessato e più aperto a temi "leggeri", non lascia mezze misure: o piace o non piace. Esso ha improntato di sè prima il TG2, senza peraltro che la gestione Mazza lo alterasse più di tanto, quindi anche il TG1, dove l’ambiente si è mostrato tuttavia meno ricettivo – e non sono mancati scontri con la redazione. Ora tocca a Riotta: e a Mauro Mazza chiediamo non tanto un commento su questa sostituzione, in sè, ma un raffronto fra questi due giornalisti.
"Premetto che entrambi sono professionisti validissimi" risponde il direttore del TG2. "Mimun ha grande esperienza in fatto di informazione televisiva, basti pensare che, con Mentana, è stato fra i fondatori del TG5 nel 1990. Parliamo di un direttore di lunghissimo corso, tornato in Rai dalla Fininvest nel 1994 (sotto il primo governo Berlusconi)". Ora, aggiunge Mazza, ci si attende che l’azienda trovi per Mimun un ruolo consono alla sua esperienza, al suo pedigree professionale: insomma un cesto non banale in cui far rotolare la testa mozzata di turno. Per Riotta, Mazza ha parole di lode e un sottile avvertimento: "Viene dalla carta stampata e non dalla tv, certo, si è detto; ma porterà con sè un giornalismo culturalmente attrezzato, che è davvero merce rara di questi tempi. In più è un profondo conoscitore dell’America. Mi immagino che il suo TG1 attraverserà una rapida ma non facile modernizzazione. Avrà bisogno di pazienza, perchè al primo telegiornale non è facile cambiare, anche il pubblico è abituato da tempo a un certo modo di porgere le notizie".
Circa il rapporto informazione-politica nella Rai di oggi, Mazza coglie l’occasione di levarsi ancora qualche sassolino dalle scarpe – finchè può. "Mi piacerebbe non tanto vedere la RAI sottratta alla politica – dopotutto l’editore è il Parlamento – quanto trovare il modo di evitare che ad ogni cambio di governo le ripercussioni sul lavoro dei dirigenti siano immediate. Le ricadute di un’elezione non dovrebbero essere immediate; piuttosto sarebbe opportuno fissare dei mandati precisi, diciamo tre o quatttro anni, per i direttori di reti e telegiornali, al termine dei quali si tirano le somme". Una proposta indubbiamente degna di attenta riflessione. Ma il vero spauracchio di Mazza resta la par condicio, "a tratti soffocante, con noi costretti a misurare anche i secondi delle dichiarazioni dei politici, valutati e talora puniti sulla base di questi tempi ristrettissimi". La demolizione morale della legge sulla par condicio è stata peraltro un cavallo di battaglia di Berlusconi in campagna elettorale, e non da ieri: i grandi comunicatori, è noto, stanno stretti nei tempi contingentati. "Durante il dibattito sulla par condicio ci fu anche la mia nota provocazione di non parlare del ‘Caimano’ di Nanni Moretti; se le regole sono queste, dissi, non parlo del film di Moretti in assenza di un film che parli male di Prodi. E dal punto di vista logico, non si può dire nulla". Mazza sa che i suoi giorni alla testa del TG2 potrebbero (potrebbero) essere contati, dopo quattro anni. La rete ha tutte le ragioni di restare "in quota" centrodestra, soprattutto con un Parlamento spaccato a metà; ma ciò non garantisce riconferme automatiche. Un’ultima sassata, però, la tira: "Mi secca, e questo lo devo dire, che noi direttori di questi ultimi anni siamo dipinti come i raccomandati della politica, mentre chi viene proposto ora viene dipinto come se fosse sceso dal cielo. Non è così, non è proprio così".
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