«Una grande sfida per gli imprenditori»

Intervista a Giorgio Merletti, presidente dell'Associazione Artigiani, alla vigilia del viaggio in Cina al seguito della delegazione governativa

Giorgio Merletti è partito nel pomeriggio di oggi, 13 settembre: destinazione Cina. Le piccole e medie imprese varesine sono così rappresentate in uno dei viaggi più importanti intrapresi da una delegazione italiana nell’ex “Celeste Impero”. Al presidente dell’Associazione Artigiani di Varese il compito di spiegare l’obiettivo e le aspettative di questa missione.

Il sistema italiano si presenta per la prima volta nella sua interezza. Lei cosa ne pensa?
«Penso sia positivo, perché l’Italia ha una tradizione millenaria in fatto di produzione e di qualità dei suoi prodotti. Il “Made in Italy” non è un’invenzione locale ma un’etichetta di prestigio che ci è stata riconosciuta dal mondo intero. Quindi dico “sì” ad una missione come questa: perché l’Italia si propone come “sistema” e non come nazione fatta di individualisti pronti alla delocalizzazione ed allo sfruttamento di manodopera a basso costo. Dico “sì” perché la globalizzazione è rappresentata anche da un Paese politicamente totalitario eppure capace di sposare il capitalismo più sfrenato. Dico “sì” perché lo sviluppo della Cina, senza dubbio caotico, disordinato, violento non ha cancellato la volontà di cercare un equilibrio che possa essere armonioso, organizzato, “europeo”. Dico “sì” perché la Cina è pronta al dialogo e ad aprire nuovamente i suoi porti».

La Cina oggi: concorrente o mercato da aggredire?
«Permettetemi una punta di cinismo: chi vede nella Cina un competitor non crede nella qualità del suo prodotto, non ha fiducia nel suo lavoro, non pensa che la creatività e l’esperienza possano dare buoni frutti. Chi invece pensa che la Cina sia una piazza “scoperta” dimostra di essere aperto alle sfide del domani, di voler affrontare il futuro con saggezza ma anche con coraggio, di voler saggiare una cultura estremamente diversa da quella occidentale eppure così ricca di storia e successi. Il prodotto italiano, se fatto con cura e con la tradizione che da sempre lo accompagna, è un successo naturale»

Ritiene che l’atteggiamento italiano nei confronti della Cina sia cambiato?

«Doveva cambiare. La Cina nasconde conflitti indicibili, contraddizioni impensabili (grande ricchezza, grande povertà, tante illusioni), distorsioni preoccupanti eppure non possiamo non sottolineare quanto il Colosso abbia spiazzato l’economia mondiale con una velocità inaspettata. E lo ha fatto rivoluzionando il suo apparato industriale, smantellando i carrozzoni dello Stato, favorendone la riaggregazione in colossi più piccoli e quindi più efficienti, attivando strategie nei settori chiave dell’economia mondiale: energia, siderurgia, meccanica, chimica, tecnologia. Non solo accettando, ma addirittura incoraggiando la localizzazione di gruppi privati e di grandi compagnie europee in settori che molti avrebbero conservato gelosamente: il manifatturiero e i semilavorati. Un sistema nel quale, come ha scritto il China Daily, le 500 imprese di fascia top contano per il 77% della produttività»

Germania, Paesi Bassi, Gran Bretagna e Francia hanno scommesso sulla Cina molto prima dell’Italia. E si sono presentati come “sistema-paese”. Insomma, considerare la Cina un’opportunità e non uno svantaggio è questione di sopravvivenza economica?

«In parte sì. O, meglio, è una questione di relazioni industriali, di diplomazia socio-politica, di geo-economia. I confini cambiano e le relazioni devono cambiare con essi. Non ci si può chiudere nel proprio guscio e pensare che là fuori, nel mondo, tutti si fermino per aspettarti. La Cina non ha aspettato che il mondo si accorgesse della sua grandezza: se l’è creata studiando l’industria d’Occidente e asiatica. Ed ora ecco il suo interesse per l’Italia. Addirittura per uno fra i modelli produttivi italiani che il mondo ci invidia: i distretti. Quindi ritengo che la “sopravvivenza” passi anche da questo condotto, capace di superare il reddito nazionale di Italia, Francia e Inghilterra, di elaborare una politica produttiva che controlli le migrazioni e le tensioni sociali»

Lei perché ha scelto di partecipare alla missione?

«Perché non considerare il ruolo che gioca la Cina oggi significa guardare un mappamondo a metà, senza accorgersi di ciò che sta accadendo nell’altra parte. Credo che con questa nostra missione Confartigianato riuscirà realmente ad intervenire su quei punti che sino ad ora abbiamo considerato prioritari nello sviluppo delle microimprese. Partiamo dal mantenere alta l’immagine del “Made in Italy” per poi passare alla conquista di spazi di mercati dove la nostra quota è inferiore alla media mondiale, all’incentivare l’internazionalizzazione dei settori non basati sulla concorrenza di prezzo e a continuare nella difesa dei prodotti, marchi e brevetti. Ma lo si farà aprendo un dialogo, toccando con mano la reale possibilità di una collaborazione che possa soddisfare Cina e Italia, scoprendo nuove forme di cooperazione. Insomma penso che le intenzioni siano serie, e per crescere con intelligenza c’è una sola via: capire le esigenze dell’uno e dell’altro, confrontare le proprie esperienze, rendersi conto che la competitività fa bene a tutti».

I leader cinesi sembra vogliano avvicinare le micro e le piccole imprese italiane. Il futuro avrà un’altra “dimensione”?

«Potrebbe averla. D’altronde la spina dorsale dell’economia italiana è fatta di piccoli imprenditori, di spirito intraprendente, di quella capacità di fare sistema che ci riconduce direttamente a quella coesione sociale tipica degli anni Sessanta e a quella cultura storica dei nostri territori. L’Italia ha molto da insegnare e da dire. E questo, probabilmente, è il miglior momento per traghettare i nostri saperi, e i nostri affari, in un Paese che si può conquistare attraverso anche un’azione concertata fra istituzioni e sistema produttivo. Se sapremo dimostrare quanto l’Italia sa ingegnarsi, e quanto l’innovazione, la ricerca e la qualità nei prodotti sono un nostro marchio distintivo, la Cina potrà trasformarsi in un partner vincente».

E l’Italia, in questa missione, sarà ospite ufficiale della fiera delle piccole e medie imprese di Canton: un viaggio sulle ali del Dragone.

«Un viaggio che ci permetterà di riflettere su quanto è importante una nostra maggiore focalizzazione geografica, di concentrare le attività di supporto fieristico sulle manifestazioni di carattere più prettamente settoriale e di dare supporto ai settori innovativi, diretti alla formazione di competenze orientate all’internazionalizzazione. E qui si parlerà inevitabilmente di distretti come una fra le migliori formule attraverso le quali misurarsi con processi di trade sempre più complessi ma sempre più necessari per le imprese del futuro. Tenendoci ben saldi alle ali del Dragone».

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Pubblicato il 13 Settembre 2006
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