Maroni e Marantelli, un’amicizia in nome del federalismo
L'ex ministro leghista e il diessino di ferro: un vecchio feeling personale ora torna di attualità politica
Chiacchierano con gusto, ridono, cambiano sempre interlocutori: ma loro due stanno sempre insieme. Li danno così per scontati che i loro posti, in una platea dove ogni sedia ha il suo cartellino con il cognome di chi dovrà occuparla, sono uno a fianco all’altro.
Roberto Maroni e Daniele Marantelli sono la coppia rivelazione di questa legislatura, quella che spiazza con la formula “all’Ulivo “ del federalismo. Non l’hanno mai espressa, insieme e direttamente: ma è un’idea che – i varesini ben sanno -hanno in mente entrambi e che, stando ai risultati emersi dagli Stati Generali di Confindustria Lombardia, è già arrivata ai piani alti della politica.
E non solo perchè il ministro Pierluigi Bersani è stato più che possibilista sul prenderla in considerazione (malgrado il commento aspro di Roberto Formigoni “bella forza: con il federalismo che chiediamo noi si chiede l’applicazione della Costituzione italiana, mica di fare
la Rivoluzione”) e in regione Lombardia – dove tra gli scranni dell’opposizione siede un altro amico stretto di Marantelli, Stefano Tosi, che è a capo della commissione che studia la proposta regionale – la faccenda è ormai oggetto di dibattito pubblico. Ma anche e soprattutto per i particolari: come quello che vede Montezemolo dare una scherzosa pacca sulla spalla a Marantelli mentre parla con Bersani, che viene ammonito dal presidente di Confindustria con un “occhio a quel leghista lì”, diretto al neo deputato diessino. O all’espressione divertita dell’ex ministro del Welfare quando gli si riporta l’episodio, che ha attribuito un leghista in più al Parlamento Italiano: “si, altri in parlamwento mi hanno chiesto infatti chi fosse quel leghista simpatico con cui parlava, quel Marantelli li”.
Fatto sta che a colpi di ulivo del nord e federalismi con il distinguo, si respira un’aria tutta diversa tra certa Lega, Ulivo di Governo, imprenditori dell’area più produttiva del paese: e quello che sembrava fantascienza fino a poche settimane fa può essere invece descritto in toni possibilisti. Sarà mica tutta “colpa” di due compagni storici di calcetto, seduti in parlamento su scranni piuttosto lontani per posizione politica, ma tessitori da sempre di ragionamenti comuni, ora riproponibili per la prima volta su scala nazionale, causa promozione del diessino ad onorevole?
E’ presto per dirlo: a margine degli stati generali, Bersani dà un colpo al cerchio e un colpo alla botte “Penso che ci siano margini piuttosto seri per ampliare la base fiscale di regioni come queste” precisa innanzitutto il ministro, vagheggiando una concreta ipotesi di federalismo fiscale. Ma, di fronte all’ipotesi conseguente di un possibile allargamento della maggioranza, ammonisce (ma senza escludere niente) “Noi non possiamo ragionare in questi termini: qui si sta parlando del futuro del paese. Noi siamo convinti nella strada federalista, e saremo contenti se la Lega troverà una sua posizione autonoma e un suo profilo. Attenzione però che i temi del federalismo non sono temi di puro scambio politico: Noi discutiamo con grande apertura, di questo, ma vogliamo essere convinti del merito”.
E Montezemolo svicola la questione politica, badando al sodo: “non voglio entrare in un discorso quasi partitico – commenta il presidente di Confindustria questa voglia di concretizzare ragionamenti a favore del nord produttivo – Prendo invece atto con soddisfazione che i temi che Confindustria mette al centro da due anni ora stanno diventando temi fondamentali nel dibattito politico e non solo governativo. E mi auguro che con il dialogo e la necessità di prendere decisioni forti e non rinviarle si possa progredire tutti. Pechè oggi le decisioni – o le non decisioni di oggi – le pagheremo care tra dieci anni”.
Insomma, quel che non poterono cinque ministri varesini per il nord, lo metterà in campo il governo Prodi, con l’aiuto di due varesini che non ci si aspetta?
Certo, ora è troppo presto per darla come fatta: ma se la lasciano lavorare, quella strana coppia il cui outsider diessino è l’elemento più sorprendente tra i mediatori che si stanno mettendo in luce in questa legislatura (vedi Il Riformista di qualche settimana, fa che ha cominciato già a domandarsi chi diavolo fosse questo Carneade del centro sinistra citato da Maroni tra i 5 o 6 in parlamento con cui tratterebbe di riforme) ha l’aria di fornire altre, più consistenti, sorprese. Maturate, come è stato in questi anni, davanti a un buffet o a margine di una partita di calcetto.
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