Daniele Bossi: “Diari della motocicletta” di un varesino
Ecco la storia del lungo viaggio di un nostro lettore: quasi seimila chilometri in sella, da Santiago alla Terra del Fuoco
«Tutto nasce da una grande passione. Amo le moto da quando ero bambino, mentre la Patagonia è sempre stata il mio sogno». La passione, appunto. Questo ha spinto il varesino Daniele Bossi, 42 anni, a percorrere quasi 6mila km con la sua Bmw HP2 nelle terre di Cile e Argentina. Più di 2500 km di sterrato per vedere paesaggi ben lontani da quello di Sacromonte, dove Daniele vive, e decisamente più solitari. Un’avventura che l’ha allonato (temporaneamente) dal suo centro per perizie edili, nel quale lavora con il padre.
Il suo viaggio, un’avventura ricchissima che ha voluto raccontare a VareseNews, è iniziato il 28 dicembre, per finire solo pochi giorni fa (il 15 gennaio).
La sua moto, che lui chiama affettuosamente “la mia fidanzata” l’ha preceduto di qualche giorno, raggiungendo Santiago del Cile per via marittima. Una volta rincontrati, i due hanno iniziato subito il loro lungo viaggio, insieme ad altre 30 moto in un gruppo di 53 persone, in paesaggi sterminati ed estremi. Partendo da Santiago fino ad Usuhaia, la città abitata dall’uomo più a sud del mondo, nell’estrema Terra del Fuoco.
Gradualmente, durante il viaggio, i centauri si sono suddivisi in diversi gruppetti, e Daniele ha proseguito il suo tragitto con tre amici. Tutto per almeno 20 giorni di viaggio ininterrotto. Ma cosa cerca chi, come Daniele, fa un’esperienza del genere? «Credo che il modo migliore per vivere un luogo sia percorrerlo con la moto, per mantenere il contatto diretto con la terra, e vederla tutta con i propri occhi», ci racconta, «Io ho viaggiato da sempre, fin da quando nel ’97 mi regalarono una Vespa 125 del ’66, con la quale mi sono girato tutta l’Europa. Sono stato anche a Capo Nord e, escludendo questo caso, ho sempre viaggiato da solo».
Ovviamente, in un percorso così esteso come quello affrontato nel suo ultimo viaggio, i paesaggi possono cambiare fortemente. E mettere in difficoltà. «Passavo dalle zone desertiche a quelle montagnose, fino ai grandi ghiacciai. Ero stupito, c’erano laghi pulitissimi ed era possibile berne l’acqua. Era fresca, e pulita».
Daniele potrebbe parlare per ore di questo viaggio, nel quale ha visto di tutto. Come il Perito Moreno, cioè il ghiacciaio più grande del mondo: «Potevi vedere i pezzi di ghiacciaio che si staccavano, creando torri che ricadevano nel lago sottostante, la natura che si muoveva davanti a te». O il grande Parco dei Laghi, «Con acque pulitissime e limpide come il mare. Era persino possibile berle». E poi i Bosques Petrificados di Horario, «Qui ci sono tronchi di alberi enormi, pietrificati dalle ceneri di una grande eruzione passata», una sorta di “Pompei dei boschi”, per intenderci. Senza parlare di Tornese del Paine, considerato uno dei parchi più belli del sudamerica.
Come prevedibile c’erano anche delle città, ma evidentemente il nostro viaggiatore varesino era più attratto dai paesaggi solitari. «La cosa più bella era fermarsi ed ascoltare il silenzio assoluto, non mi è mai capitato di provare una sensazione del genere. Potevamo stare anche per mezz’ora fermi, in silenzio, a guardare il paesaggio».
Ma qualche incontro singolare c’è stato: «Ad esempio siamo stati intervistati da un giovane giornalista di un piccolo giornale locale, il Regionale Chupat. Erano incuriositi dalle nostre moto, dal nostro viaggio. Mi ha chiesto se volevamo emulare i “Diari della motocicletta” di Che Guevara, ma il nostro era un percorso differente».
La popolazione non era certo abituata a vedere viaggiatori così singolari: “Già, soprattutto le nostre moto attiravano l’attenzione. Una notte le abbiamo parcheggiate tutte in fila fuori da un albergo, e in pochissimo tempo si è formato un folto gruppetto di curiosi. Ci chiedevano sempre quanto costavano le nostre moto, per loro sono oggetti proibitivi”.
In una “vacanza” del genere non sono mancati i momenti difficili, degni di un vero on the road: «Per arrivare ad El Calafate c’è solo uno sterrato, di 250Km. Se piove la terra diventa fanghiglia, e per fortuna ha piovuto solo l’ultimo giorno in cui abbiamo dovuto affrontare quel tratto. È stato difficilissimo, ma forse è stato anche il momento più divertente». Alla faccia di chi si lamenta della mancanza di cuscini in aereo. Mai avuta paura? «A volte qualche timore sì, specialmente per paura dei camion e del forte vento, che facevano perdere l’equilibrio in moto. Ma fortunatamente nessuno si è mai fatto male, e gli intoppi sono stati pochi».
Il periodo in cui Daniele ha viaggiato in sudamerica non era uno dei più felici, politicamente. Pinochet era morto da due giorni e l’Argentina vive ancora le ferite di un tracollo economico: «Inizialmente ero preoccupato, temevo qualche problema dovuto alle manifestazioni legate alla morte di Pinochet. Là in Cile, in effetti, ci sono ancora molte persone che giudicano positivamente il suo regime, sostenendo che lì ci vuole un potere forte. Ed ora non apprezzano particolarmente il capo di governo, perché è una donna. Per fortuna, comunque, non ci sono stati problemi e più che di politica interna la popolazione ci parlava sempre di Cuba. Tutti si dicono sicuri che con la morte di Castro ci sarà una guerra civile. In ogni caso, sia in Cile che in Argentina, ho notato una grande povertà. Ma chi viveva nelle zone rurali era contento, sempre sereno: questo ci stupiva, perché in terre senza nulla erano felici di ciò che avevano. Mi faceva invidia». E anche a causa della povertà, certe aree erano senza tecnologie, completamente scollegate dal mondo: «Non tutti hanno la tv, anzi sono pochi: la tv non interessa, e anche la tecnologia ovviamente non esiste come da noi. Internet era solo per i turisti, anche se spesso disponibile. L’ho usato diverse volte, ed ovviamente leggevo VareseNews anche da lì (ride)».
A chi l’on the road affascina, ma non tanto da scomodarsi, non resta che aspettare il suo prossimo racconto.
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