Io e Fabrizio de Andrè, «ci univa la voglia di osservare i particolari del mondo»

All’incontro con Massimo Bubola, collaboratore storico di De Andrè, hanno partecipato oltre 150 persone, tra ricordi, simpatia e ironia

«Noi eravamo due intellettuali, consideravamo molto le altre culture, non solo quella letteraria, ma anche quella contadina. Ad esempio frequentavamo tantissimo i pastori, ci piaceva, ci sentivamo a casa». Massimo Bubola, amico e collaboratore storico di Fabrizio De Andrè, con cui ha realizzato i più grandi successi del cantautore genovese, da Don Raffaè, ad Andrea, ad Hotel sopramonte, ha presentato a in biblioteca a Tradate il libro dedicato proprio a De Andrè e scritto insieme all’esperto musicale Massimo Cotto, dal titolo “Doppio lungo addio”, edito da Aliberti editore. L’incontro, che si è svolto giovedì 11 gennaio, ha visto la partecipazione di oltre 150 persone, che hanno ascoltato le parole di Bubola, autore anche di ben 17 album.

Tra ironia, simpatia e racconti di vita a volte nostalgici, Bubola ha ricordato quello che lui ha comunque definito “il mio maestro”: «È vero, beveva molto e per un ragazzino come me non era facile gestirlo – ha raccontato l’autore -. Ero solo un ragazzino con un talento e lui ha saputo valorizzarlo, ha creduto in me. Ci univa la voglia di osservare i particolari del mondo che sfuggono ai più, e poi coglierne il paradosso. Così sono nate le nostre canzoni».
«Non era mai convinto di una canzone, fino all’ultimo mi diceva “mi sa che abbiamo fatto una cagata”, ma poi era un successo. Era la sua insicurezza, il suo mettersi in discussione sempre che lo faceva grande». E ancora: «Quello che credo di avergli donato nel periodo in cui stavamo spesso assieme è la gioia per la scrittura: per lui era un angoscia scrivere, lo viveva con molta ansia, come un esame. Ma indubbiamente è stato un grande maestro per tutti».

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Pubblicato il 12 Gennaio 2007
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