Lavoro, la “buona parola” non basta più
Nel 2003 l'80 per cento dei lavoratori era assunto grazie a conoscenze e segnalazioni. In tre anni la situazione è cambiata
Per trovare lavoro in Lombardia la vecchia "buona parola" non serve più o, almeno, non più come prima. Conoscenze e segnalazioni – che fino a tre anni fa monopolizzavano i canali di reclutamento dei dipendenti (erano la regola nell’80 per cento dei casi) – hanno perso terreno a favore di altre modalità di assunzione. A dirlo è una recente indagine della Camera di commercio di Milano che ha analizzato i modi di selezione del personale delle imprese e li ha confrontati con quelli impiegati nel 2003.
Pur se in forte calo, il "passaparola", resta il canale d’assunzione preferito – con una frequenza del 66 per cento – ma cede spazio alle banche dati interne delle aziende (che balzano dal 19 per cento del 2003 al 38 per cento), alla stampa specializzata (20 per cento dei casi) e alle società di lavoro iterinale (passate dal 2,2 al 9,7 per cento).
Rispetto a tre anni fa cresce anche il ricorso ai centri per l’impiego mentre raddoppia la scelta attraverso società di selezione del personale e associazioni di categoria. Ancora limitato è invece l’uso degli annunci web che si ritagliano soltanto un ristretto 2 per cento.
La situazione regionale si riflette anche a Varese che vede in testa il reclutamenteo attraverso le conoscenze (65 per cento dei casi), seguito dalle informazioni a disposizione delle aziende (38,7 per cento), dai quotidiani (18 per cento) e dalle agenzie di lavoro iterinale (11,9 per cento).
Il ricorso alle "raccomandazioni" come metodo di selezione dei dipendenti è accentuato soprattutto nelle piccole imprese, quelle fino a 9 dipendenti (73 per cento) o nelle medie, con 10-49 dipendenti (35 per cento), ed è impiegato maggiormente nel settore dell’industria (72,3 per cento) rispetto ai servizi (61,7 per cento). Le imprese più grandi invece (con oltre 250 dipendenti) preferiscono approfittare di dati ricevuti e custoditi in azienda (79 per cento), le società di lavoro interinali (31 per cento) e con quasi identiche percentuali i quotidiani e la stampa specializzata (27,8 per cento) e le società di selezione e associazioni di categoria (27,5 per cento).
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