Figli dell’esilio

Franco Pellegrini e Aldo Milanovich raccontano la loro esperienza: giovanissimi dovettero lasciare le terre giuliane per arrivare a Busto

Franco Pellegrini e Aldo Milanovich sono due bustocchi di origine giuliano-dalmata pressoché coetanei e con una vicenda di esilio in comune, anche se vissuta in modo e tempi diversi. Li incontriamo lasciando la riunione indetta per celebrare la Giornata del Ricordo a Borsano, quartiere segnato dalla presenza di vari esuli accolti a Busto nel tempo. Pellegrini, geometra e professionista noto in città, era intervenuto dal pubblico a denunciare quella che a suo parere è stata una pecca del mondo degli esuli – quella di aver taciuto troppo a lungo, per pudore o quieto vivere che fosse («un consigliere comunale "dell’altra sponda" solo dopo anni e anni di lavoro al fianco di mio padre ha scoperto la sua storia: io non sapevo, davvero, da dove venivi, gli ha detto»). Nipote di un infoibato e figlio di un uomo che aveva sofferto la dura prigionia jugoslava, uscendone vivo a stento, quando gli si affianca Aldo Milanovich Pellegrini sfodera il suo bagaglio di ricordi che, dice, «non si confrontano, non siamo certo qui a dirci: ho sofferto io più di te». Entrambi i nostri testimoni erano bambini di pochi anni all’epoca dei fatti. Pellegrini dovette lasciare Fiume al termine del conflitto, con i genitori; Milanovich lasciò la natia Parenzo solo nel 1958, dopo aver sperimentato per anni la vita degli italiani rimasti, nonostante tutto, nella Jugoslavia titoista, con tanto di snazionalizzazione strisciante e scuola in serbocroato.

Si parla: esperienze, conoscenze, fatti. «Di dove sei tu? Di Parenzo. E tu? Io sono fiumano. Di riva Marco Polo, sai, vicino al porto, guardando dal mare, giri a sinistra…». Con naturalezza, e pare un miracolo il riaffiorare di questi ricordi di una terra che non esiste più. Le pietre riarse, i valloni in cui si insinua un mare blu profondo, i pini e, purtroppo, le foibe, sono sempre lì, ma una civiltà è scomparsa quasi del tutto. Oggi per queste persone la vita è Busto, dove nella frazione Borsano un destino beffardo fece creare negli anni Sessanta (a vent’anni da fatti!) un "quartiere Giuliani e Dalmati" che finì per ospitare per lo più altri esuli, gli italiani di Libia cacciati dal colonnello Gheddafi.

«Avevo sì e no quattro anni quando arrivai qui da Fiume» racconta Pellegrini. «Ricordo ancora l’impressione di quel viaggio in treno che pareva non finire mai. Non è che non ci dormo la notte, direi una balla a sostenerlo: ma è uno dei miei ricordi più lontani». L’inserimento è stato difficile, per certi versi: «I primi anni a scuola faticavo davvero a capire quello che dicevano gli altri bambini di qui – mi sono sentito dare del terrone». Che l’inserimento fosse difficile lo conferma anche Milanovich, pure giunto dopo, in pieno boom economico: c’è voluto il suo tempo per integrarsi in una città piuttosto chiusa in sè. A Busto alla fine una vita ce la si è rifatta, ma tanti, troppi, non hanno potuto vivere abbastanza da ascoltare le parole, storiche, del presidente Napolitano, che rendono finalmente giustizia a questo popolo disperso ai quattro venti. In città, se non altro, non si avvertiva il rifiuto ideologico verso i profughi che prevaleva altrove: a Bologna i ferrovieri nel 1947 avevano scioperato per non far passare dalla città i treni con giuliani e dalmati, bollati in massa come "fascisti". In maggioranza non lo erano affatto: il padre di Pellegrini, invece, sì. «Lui era stato nella Milizia, ci credeva, ma non si era macchiato le mani di sangue. L’avesse mai fatto, i titini lo avrebbero immediatamente ucciso. Invece lo condannarono a sette anni di lavori forzati, fu rilasciato perchè sfinito dalla malaria mentre aiutava a costruire una strada vicino a Zara». Zara bellissima e perduta, fatta radere al suolo dai bombardieri americani, assurdamente, per un capriccio di Tito, e dove alla "liberazione", per vendetta e odio etnico, in mancanza di foibe 900 italiani furono affogati nell’Adriatico con una pietra al collo..

I ricordi di chi c’era vanno anche ai rientri nelle città abbandonate: esperienze diverse, anche qui, rientri di un momento o tenaci e duraturi. «Mio padre non volle mai rientrare» racconta Pellegrini, secco. Il dolore dell’esule permanente. «Io invece andai a Fiume con un amico subito finito il militare, nel ’65 – erano tempi in cui tutto l’esercito era stanziato in Friuli, con l’ordine, in caso di guerra, di tener duro pochi giorni finchè arrivavano gli americani… Tanti giovani andavano in Jugoslavia per le ragazze, a quei tempi». A Fiume, consegnato il passaporto, panico: per una settimana non viene reso. «Si mormorava che chi era nato in quella che ora era Jugoslavia venisse reclutato a forza nell’esercito di Tito…» ma la paura resta solo paura.

Molto più quieta la vicenda di Milanovich, che oggi va e viene tre o quattro volte l’anno dalla natia Parenzo, oggi in Croazia, dove ha tanti ricordi. «C’è una comunità italofona ancora fiorente nell’Istria croata» racconta, «sono circa trentamila, ben finanziati dal governo italiano, e legati ai croati del posto dalla richiesta di una maggiore autonomia da Zagabria. Dove a loro volta i giovani, anche quando le cose con l’Italia si scaldano un po’, rispondono alla tv che quelle sono cose del passato, non li riguardano». Devolution alla croata? Si vedrà. Forse un giorno Istria, Friuli, Carinzia, Slovenia, Quarnaro, sotto le dodici stelle d’Europa si chiameranno Alpe Adria. Vi si parlerà l’italiano, il tedesco, lo sloveno, il croato, il furlano e il veneto d’Istria senza odiarsi più.

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Pubblicato il 16 Febbraio 2007
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