Un sistema sanitario lombardo tutto da governare

Ai Molini Marzoli l'assessore Cè espone le linee del piano socio-sanitario regionale e i punti di forza e debolezza della sanità lombarda, sparando a zero contro Roma. «I ticket? Colpa del governo»

Sulla sanità lombarda e i suoi problemi, Cè c’é: ed è il minimo che si possa dire. Polemico con il governo, chiaro nell’esporre pregi e limiti del sistema sanitario regionale, l’assessore regionale alla sanità Alessandro Cé (nella foto) è stato l’ospite principale della serata organizzata i Molini Marzoli di Busto Arsizio dal suo partito, la Lega Nord, su impulso della consigliera regionale (e comunale, nonché a lungo ex assessore) Luciana Ruffinelli. Scopo dell’incontro, presentare il piano socio-sanitario regionale 2007-2009, esporre luci ed ombre della sanità lombarda e rinfacciare al governo la colpa dei ticket e delle molte magagne e storture nella gestione dei fondi per il servizio sanitario nazionale.

Compiti, questi, che l’esponente della Giunta Formigoni esegue puntualmente. «La sanità è un settore delicato, sempre nell’occhio del ciclone» dichiara, prima di passare a confrontare i due modelli principali di sanità: quello lombardo, o della "libera scelta" fra pubblico e privato, e quello toscano. Se il secondo viene descritto come un sistema pianificato e rigido, che chiude i piccoli ospedali (già sentito anche qui?) e che a suon di liste d’attesa «raziona, più che razionalizzare» l’offerta di prestazioni, quello lombardo si configura come un caso di difficile gestione. L’offerta sanitaria regionale è tanta, forse persino troppa, ammette fra le righe Cè: è di grande qualità ma richiede una vigilanza costante sul rapporto offerta-domanda, visto che, parole dell’assessore, «la sanità non è un mercato». Insomma, si vive sul filo del rasoio. «Ospedali di tipi e dimensioni diverse, pubblici e privati, ciascuno con vocazioni ed eccellenze differenti»: questo il ritratto che Cè fa di una sanità lombarda vivace, ma anche un po’ caotica da governare. Il modello della libera scelta viene confermato nel piano socio-sanitario, ma «la competizione deve essere omogenea: non è più possibile che il privato si occupi solo di settori più remunerativi, lasciandone scoperti altri». Frase quantomai densa di significati, e che spiega innanzitutto perchè serva una sanità pubblica forte.

Sul piano socio-sanitario, introdotto da Carlo Zocchetti della direzione sanitaria regionale e ripreso da Cè, è stato fatto presente che esso risponde a vincoli ben precisi quali il piano sanitario nazionale, i livelli minimi d’assistenza («un freno per una sanità di qualità, costretta a trovare localmente le risorse») o gli accordi Stato-Regioni che bloccano i posti letto (non più di 4,5 ogni 100 persone) e i ricoveri (non più di 180 ogni 1000 persone). Vincoli che troppe volte servirebbero solo a "coprire" cattive gestioni di altre regioni. Nel piano regionale si identificano il contesto locale – popolazione invecchiata, con un 30% di persone affette da patologie croncihe che consuma il 70% delle risorse del sistema – e le linee di intervento. Queste mirano a creare una sanità a tre livelli, non più incentrata sulla sola cura ospedaliera dei malati acuti, ma che parta dalla prevenzione e dalla propaganda di stili di vita corretti salendo al livello della cura dei malati cronici e della diagnostica e specialistica fino al terzo livello, quello per i malati in fase acuta e la diagnostica di alta tecnologia. Il tutto riordinando la rete dei poliambulatori, studiando attentamente i bisogni sul territorio, eliminando sprechi e file inutili, lavorando sodo su settori in ritardo come psichiatria, neuropsichiatria infantile, riabilitazione.

La polemica con il governo parte dalla Finanziaria – «un disastro» per Cè. Servivano 100 miliardi di euro per il servizio sanitario nazionale, ne sono arrivati solo 96 più un altro paio in "aiutini" vari a Regioni con deficit paurosi in questo campo (mentre la Lombardia risulta in pareggio da cinque-sei anni). Da qui, e dalle voragini sanitarie altrui, la necessità detestabile di ricorrere ai ticket: colpa del governo, dice l’assessore – tanto più che il federalismo fiscale, quello vero, è ancora di là da venire. «Paga, somaro lombardo, dicono da Roma: come fa il governo a non darci 130 milioni per poi concedere 2 miliardi e passa rimborsabili in trent’anni al Lazio, che ha debiti enormi? Dove finisce la responsabilità quando si mettono sullo stesso piano regioni con disavanzi enormi ed altre in pareggio? Considerando che la sola Lombardia fornisce il 54% del fondo perequativo nazionale fra le regioni, si capisce che c’è qualcosa che non va».

Tutti gli eventi

di ottobre  a Materia

Via Confalonieri, 5 - Castronno

Redazione VareseNews
redazione@varesenews.it

Noi della redazione di VareseNews crediamo che una buona informazione contribuisca a migliorare la vita di tutti. Ogni giorno lavoriamo cercando di stimolare curiosità e spirito critico.

Pubblicato il 10 Marzo 2007
Leggi i commenti

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.


Vuoi leggere VareseNews senza pubblicità?
Diventa un nostro sostenitore!



Sostienici!


Oppure disabilita l'Adblock per continuare a leggere le nostre notizie.