Quell’orrore ci appartiene

Siamo rimasti incerti fino all’ultimo se metterla tra le notizie di apertura oppure relegarla in una posizione defilata, combattuti tra il pudore di entrare in una vicenda che svela tutta la miseria umana che le fa da contorno e la chiamata di corresponsabilità che questa storia rivolge a tutta la comunità. Ha prevalso la seconda posizione.
Questo orrore ci appartiene perché la scena sconvolgente che si è rivelata agli occhi dei soccorritori chiama in causa la nostra capacità di ascoltare il malessere degli altri. Il corpo consumato e senza vita di un vecchio di 85 anni che non usciva di casa da 11 anni, il figlio in stato confusionale che continuava a lavorare al computer come se nulla fosse, la casa sommersa dai rifiuti in decomposizione sono anche il risultato della nostra sordità. Tutto questo non è accaduto in una metropoli con milioni di abitanti, dove l’anonimato è la regola, ma in un paesino di poche anime dove la gente si conosce una per una, faccia per faccia, soprannome per soprannome. In un posto dove se uno manca un solo giorno al bar si pensa subito male, quell’assenza lunga 11 anni è un urlo di aiuto assordante. È un segno preoccupante della disgregazione di questa società. È la spia che i sistemi di controllo informale (così li chiamano i sociologi e i criminologi), ovvero i vicini di casa, i parenti, gli amici, i servizi sociali, le associazioni del territorio, la chiesa, il sindacato (solo per citarne alcuni), non hanno funzionato.
E a nulla serve rifugiarsi nella falsa riservatezza che contraddistingue oggi i rapporti tra le persone. L’isolamento prolungato di quel padre e di quel figlio meritavano attenzione e interesse da parte delle istituzioni. Persino invadenza.

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 28 Novembre 2007
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