Romeni, quei figli snaturati da papà Ceausescu
Marinela Cozma è uno dei tremila romeni che vivono a Varese. È in Italia da otto anni e lavora come mediatrice culturale
«In tutti i boschi ci sono gli alberi secchi» è un detto romeno. Come dire: il buono e cattivo ci sono dappertutto. Dopo l’omicidio di Giovanna Reggiani, la donna rapinata, seviziata e uccisa a Roma, reato per il quale è stato fermato un cittadino della Romania, la comunità romena si interroga preoccupata.
Marinela Cozma è uno dei tremila romeni che vivono in provincia di Varese. Ha 29 anni, è nata a Balan, un paesino di minatori nella regione della Transilvania. Da circa otto anni vive a Varese, è sposata con un italiano, lavora come mediatrice culturale per la Cisl e da qualche giorno è stata eletta presidente dell’Anolf (Associazione nazionale oltre le frontiere).
Marinela, quali sono stati i commenti all’interno della comunità romena varesina dopo l’omicidio della signora Reggiani a Roma?
«C’è stato un tam tam immediato. I sentimenti prevalenti sono stati di dispiacere, rabbia e paura perché sono fatti che gettano una brutta luce su tutta la comunità e le generalizzazioni sono pericolose perché possono sfociare in altro. Bene ha fatto il governo a emettere il decreto di espulsione. Anche in Romania c’è preoccupazione, lo vediamo nei telegiornali dove sono intervenuti il presidente e il primo ministro».
Cosa fanno i romeni a Varese?
«È una comunità sana: sono perlopiù muratori, badanti e infermiere».
Senta, quanta verità c’è nell’affermazione che ad alimentare le fila della criminalità romena siano soprattutto persone cresciute, durante e subito dopo la dittatura di Ceausescu, negli orfanotrofi e negli istituti dove venivano parcheggiati i bambini che non potevano essere mantenuti dalle loro famiglie?
«È un’affermazione vera. Ceausescu incentivava a fare figli e vietava la contraccezione. Quando le famiglie non ce la facevano prendevano i bambini e li mettevano in questi istituti dove spesso crescevano senza riferimenti morali, senza una guida, senza la percezione di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Però, rimangono sempre una minoranza. Nella mia famiglia ad esempio eravamo in quattro fratelli e siamo stati cresciuti dai miei genitori. Mio padre faceva il minatore».
E dopo Ceausescu?
«Il problema della mancanza di una cultura della genitorialità in Romania esiste ancora. Un tempo i romeni erano abituati a uno Stato genitore che si preoccupava di tutto. La scuola era gratuita, per la casa si pagava un affitto basso, a Natale ti veniva recapitato un regalo, a sedici anni se non continuavi a studiare avevi già un contratto per la fabbrica. Tutte le spese ti venivano scalate dallo stipendio. La gente non era abituata all’autonomia. Lo Stato pensava a tutto, anche ai figli che non potevi mantenere».
Il presunto assassino di Giovanna Reggiani è un rom romeno. Perché quando si parla di rom li si associa sempre alla Romania?
«È infatti un errore. Solo una parte dei rom vengono dalla Romania, ci sono i Sinti, i korakanè che vengono dalla ex Jugoslavia e ci sono anche i rom italiani».
Come vengono trattati i rom in Romania?
«Quello dei rom è un problema culturale, ovunque vanno sono discriminati. In Romania vivono ai margini della società, in baraccopoli e si arrangiano, come fanno dappertutto. Solo adesso iniziano a ricevere qualche sovvenzione dallo stato».
Se dovesse rispondere a un italiano che è preoccupato della presenza dei romeni in Italia, cosa gli direbbe?
«Che non è giusto e che bisogna valutare le persone in sé, al di là della loro origine, perché non scegliamo noi dove nascere. A dimostrazione di ciò va ricordato che l’omicida di Roma è stato catturato grazie alla denuncia di un’altra rom romena. In tutti i boschi ci sono alberi secchi».
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