“Come possiamo chiamarli incidenti sul lavoro?”
Il segretario del Prc Marco Zocchi interviene sulla questioni delle morti bianche
Riceviamo e pubblichiamo:
Angelo Laurino, 43 anni; Antonio Schiavone, 36 anni; Bruno Santino, 26 anni; Roberto Scola, 34 anni: morti di lavoro nella fabbrica
Mirco Bortoli, 27 anni: morto di lavoro alla Colacem di Caravate martedì 11 dicembre.
Rocco Marzo, 54 anni: morto di lavoro in seguito al rogo della ThyssenKrupp il 16 dicembre.
Nel nostro paese, settima potenza industriale al mondo, questi episodi si ripetono ogni giorno. Ogni giorno registriamo i nomi ed i cognomi dei caduti di una guerra quotidiana, continua, disperata, e troppo spesso dimenticata, troppo spesso al di fuori della luci dei riflettori dei mezzi di comunicazione.
1328 è il dato medio dei morti sul lavoro in Italia tra il 2003 e il 2005; 887 il numero di invalidità permanenti registrate Italia nel 2006; oltre 900000 sono gli infortuni che si registrano ogni anno in Italia (Fonte: INAIL – Rapporto Annuale 2006). Questo significa che ogni giorno muoiono di lavoro 4,5 uomini e donne, questo significa che, anno dopo anno, sono migliaia gli uomini e le donne che subiscono infortuni che producono invalidità permanenti che graveranno sul loro domani e sul domani delle loro famiglie.
Come possiamo ostinarci a chiamarli “incidenti sul lavoro”?Osserviamoci nei luoghi di lavoro, guardiamoci intenti a svolgere le nostre mansioni, a correre e a produrre di più perché altrimenti c’è il ricatto e la paura del licenziamento, a lavorare più ore perché lo stipendio non basta mai, ad accettare contratti senza tutela. I morti sul lavoro non sono frutto di cause accidentali ma la merce avariata di un’ideologia liberista, cinica e distruttiva, che costringe alla competizione a basso costo e all’aggiramento puntuale delle leggi che tutelano i lavoratori e le lavoratrici, la loro sicurezza e il loro stesso futuro. I lavoratori e le lavoratrici pagano due volte i costi degli incidenti sul lavoro. Una volta perché li subiscono sulla propria pelle, e una volta perché i costi economici di morti ed infortuni non ricadono sulla fiscalità generale ma vengono indennizzati dall’INAIL, e quindi dai contributi versati dai lavoratori e dalle lavoratrici.
I responsabili sempre assolti, i veri colpevoli non pagano mai. Vigiliamo sui luoghi di lavoro, denunciamo alle organizzazioni sindacali l’assenza di sicurezza, usciamo dal silenzio, restituiamo al lavoro la sua trama di significato sociale, la sua rete di dignità e di diritto.
ThyssenKrupp giovedì 6 dicembre.
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