Design Museum, la sfida vinta di Davide Rampello
Un museo che oltre al bello guarda all’etica nel design. La sostenibilità, la compatibilità e la marginalità

De Signo. Intorno al segno. Davide Rampello parte da questa semplice citazione latina, l’origine della parola design, per presentare il nuovo Design Museum di Milano.
Il fiore più bello del suo percorso da presidente della Triennale: partito dalla televisione commerciale, Davide è riuscito con un salto mortale in avanti a diventare il più incisivo personaggio della cultura visiva degli ultimi vent’anni di questa città. Ha rilanciato l’istituzione museale che languiva, aggregando talenti e politici, artisti e burocrati sul progetto di rimettere in vetrina l’egemonia artistica della capitale industriale. Tutto quello che aveva immaginato, l’ha realizzato: una Triennale di nuovo protagonista, un nuovo museo a Bovisa pagato dai privati (ma su cui i politici hanno voluto mettersi comunque le medagliette) e infine questo Museo del Design, per ribadire che dal dopoguerra questi artisti/architetti hanno dato un contributo decisivo all’espansione economica del paese e che da loro bisogna ripartire. Unico sogno non realizzato, il museo d’arte moderna, che alla Milano europea manca. E che con un atto poco signorile il sindaco di Sesto ha voluto annunciare proprio in contemporanea con quest’apertura. Nessun rimpianto. Perchè se Piano nelle Acciaierie Falk farà il futuro Beauburg Milanese, qui in Triennale si è inagurato il ponte verso quel futuro. Non è solo una metafora, perchè un ponte in legno c’è davvero, ed unisce la hall che al primo piano ha accolto i visitatori di tutte le importanti esposizioni di questi anni, con quello spazio ovoidale che si sviluppava in direzione est, scavalcando il monumentale scalone centrale. Un ponte che permette al Desing Museum di essere all’interno della Triennale, ma anche corpo autonomo e visibile. Attraversare il corridoio sospeso è infatti il primo passo nella vicenda esperienziale che accoglie il visitatore. A seguire c’è tanto design, tutto molto conosciuto e quindi non da stupore. Quello che lascia rapiti è il percorso per argomenti, rappresentato in forma teatrale, polisensuale, modernista, dove perfino i cartellini dei credits sono minuscoli touch screen. Ma il bello di questo museo è di non essere solo un tempio dell’estetica. Citando ancora Rampello, «oltre al bello c’è anche l’etica nel design. La sostenibilità, la compatibilità, la marginalità». E nell’area espositiva c’è sopratutto questo. Al di là della celebrazione, la cultura del progetto, quello che come italiani stiamo dimenticando di avere, e che Design Museum ricorda a tutti quelli che pagheranno il biglietto. Per non scordarlo, una volta uscito ogni visitatore viene omaggiato di un bellissimo numero de L’Europeo che ripercorre proprio questi strepitosi, ed italianissimi, ultimi 50 anni di design.
Certo il cronista dovrebbe raccontare della mondanità che si è affollata attorno a questo evento. Tra chi aveva diritto e chi si è intrufolato sopratutto per visibilità e politica la lista sarebbe lunga. Ed è inutile discutere se De Lucchi aveva più titoli di creatività di Peter Greenway, se Napolitano fosse più rappresentativo del paese di Rutelli. Faremmo un torto a Formigoni, Moratti, Penati, Sangalli piuttosto che a Rota, Corsicato, Canova e a tanti ancora (inclusi gli sponsor, i privati fondamentali per la realizzazione del progetto). Tutti accatastati gli uni agli altri, certi per una volta che qualcosa di veramente internazionale fosse stato fatto. E che se nel 2015 arriveranno torme di stranieri a Milano, troveranno almeno un angolo davvero degno di essere esposto. Nel frattempo i creativi erano ritornati alle loro occupazioni.
Per fortuna che c’è qualcuno che lavora, in questa città piena di inaugurazioni e Prime della Scala, dove bastano gli ohbej ohbej per rimanere paralizzati per ore nel traffico. Già Ambrogio si lamentava dei suoi concittadini troppo operosi al limite del masochismo. Ma qui stiamo tornando al latino da cui abbiamo cominciato. Quindi è ora di chiudere.
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