Massacrò la cugina a sprangate, condannato a quindici anni
L'orrendo delitto due anni fa: per motivi di stregoneria, sotto gli occhi dei tre figli Jean-Claude Djabe aveva ucciso la cugina e ridotto in fin di vita la convivente
Quindici anni di carcere: è la pena che il gup Maria Greca Zoncu ha inflitto ieri, con rito abbreviato e riconoscimento di una parziale incapacità di intendere e volere (e dunque tutti i benefici del caso) a Jean-Claude Djabe, l’ivoriano che la notte del 13 gennaio del 2006 massacrò a sprangate, sotto lo sguardo terrorizzato dei suoi tre figli ancora piccoli, sua cugina Ama Claire Djabe (che l’uomo, regolarmente residente in Italia da dieci anni, aveva fatto passare per sua figlia fino a quel momento), appena diciassettenne, e la convivente, Ahou Kouadio detto Marie. Orrenda la scena presentatatasi ai poliziotti cui l’uomo si consegnò senza opporre resistenza. L’adolescente, intervenuta per salvare "Marie", rimase uccisa, la donna, miracolosamente sopravvissuta, restò in coma più di un mese prima di risvegliarsi con il volto devastato.
Dietro il delitto stava la credenza nella stregoneria, da noi eradicata con fatica solo nel Settecento (e di fatto, solo fra gli strati colti della popolazione, si veda la popolarità dei maghi), in Africa ancora viva e vegeta oggi, con tanto di periodiche orrende violenze a carico di streghe e stregoni. Appunto uno stregone sarebbe stato un fantomatico parente di "Marie", e Djabe era convinto di averne ricevuto un terribile maleficio, cui imputava i suoi malesseri. Per sfuggire alla fattura, Djabe si sarebbe rivolto ad un "collega" burkinabé dello stregone, che gli avrebbe fornito un talismano protettivo. Quando poi "Marie" toccò l’oggetto fornito dallo stregone "buono", o Djabe credette che ciò fosse avvenuto, durante un periodo di ciclo mestruale della donna – considerato "impuro", come in pressochè tutte le culture pre-scientifiche – l’uomo perse definitivamente la testa e dopo una serie di liti, nel cuore della notte prese la spranga colpendo all’impazzata. A Djabe, difeso dagli avvocati Roberto Lassini e Alberto Morelli, non sono state contestate aggravanti di sorta.
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