«Il nostro Mattia, un bravo ragazzo»

Una famiglia segnata dalla tragedia quella della giovane vittima stroncata al rave party di Segrate. Qualche anno fa anche il padre era scomparso tragicamente

«Per voi giornalisti è solo uno dei tanti. Non per noi, che lo abbiamo visto crescere». È una vicina di casa della di Mattia Lo Castro a darci il tono della tragedia abbattutasi su questa palazzina blu al civico 10 di via Traversera. Un giovane di appena diciannove anni, studente all’Itis, parte una sera per andare ad un rave party in quel di Segrate. Non torna, stroncato da una pasticca (non si sa bene di cosa) particolarmente potente e micidiale – forse la prima, ma sicuramente l’ultima per Mattia. E Castellanza, che aveva accolto con un sospiro di sollievo la mancanza di conseguenze dopo il rave, naturalmente illegale, che aveva animato qualche tempo fa l’ex Mostra del Tessile, si risveglia con un giovane in meno. La morte di un ragazzo di soli 19 anni è di per sè un fatto terribile, ma alla luce delle vicende familiari assume dimensioni ancora peggiori. Mattia viveva infatti con la madre: il papà era scomparso tragicamente pochi anni or sono, lasciando un orfano adolescente e una vedova, a questo punto davvero “condannata a vivere”, come ha scritto una conoscente.

«Non era un delinquente, non era un drogato, era un bravo ragazzo, scrivetelo, non datene una cattiva immagine» ripetono in coro i pochi vicini intenzionati a parlare, preoccupati soprattutto di difendere la reputazione del giovane da certi luoghi comuni, intessuti di pregiudizio, rifiuto di accettare e moralismo ipocrita, che bollano tutti i raver indistamente come una casta di sfaccendati ai margini della società, capaci solo di fare danno e dare fastidio. Un residente della via, che Mattia neppure conosceva, butta lì una frase tremenda: «No, eravamo troppo diversi per conoscerci». Un giudizio a posteriori, diciannove anni liquidati nel giudizio su una morte prematura. Chi era vicino a Mattia e a sua madre nella quotidianità descrive invece ben altro. «Era un ragazzo bravissimo», dice un conoscente, scosso, «dico davvero, era difficile immaginare una persona più gentile. Sempre disponibile se si aveva bisogno per qualcosa». I vicini, con mezze parole al cancello o al citofono, ci parlano commossi di un ragazzo a posto, lo difendono a spada tratta. 

Emerge il ritratto di un giovane senza particolarità "ribellistiche", nè nell’abbigliamento, nè negli atteggiamenti. Non uno dei tanti: il “loro” Mattia, un giovane assolutamente a posto, integrato in questo mondo segnato dal motto "produci, consuma, crepa". È contro chi viola apertamente questa legge fondamentale che pesa il pregiudizio. Purtroppo Mattia ha obbedito al terzo comandamento prima ancora di poter soddisfare il primo.

In via Traversera c’è così poca gente in giro che a tratti più che Pasquetta sembra Ferragosto, non fosse per il vento tagliente che porta il respiro delle Alpi. A cinquanta metri ci sono l’IperStanda e MacDonald’s, – il parcheggio è una spianata semideserta nel primo pomeriggio, che si va animando solo col passare delle ore. Arrivano anche dei ragazzi, adolescenti, forse c’è chi ha accompagnato Mattia agonizzante al cancello dell’area del rave, fino all’ambulanza. Non parlano con nessuno, tranne che con la madre del giovane. Uno, al cellulare, parla in spagnolo castigliano – il rave è un fenomeno europeo, a Castellanza un mese fa era pieno di francesi. Oggi, a Castellanza, c’è un ragazzo in meno.

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Pubblicato il 24 Marzo 2008
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