E se il Teatro fosse salvato dalla tivù di Amici?
Pienone per "Ad un passo dal sogno", commedia musicale realizzata dal team della fortunata trasmissione. Teatro popolare vero, graditissimo dal pubblico
Entrare in un Apollonio pieno la sera di sabato 5 aprile 2008 fa riflettere su quanto sia cambiato anni luce il teatro negli ultimi due decenni.
All’inizio degli anni ’80, il teatro lo davano tutti come al limite dell’asfissia: Pirandello, Cecov e Molière rimasticati all’infinito, in un inutile sogno di tutti i registi di diventare Strelher, che con l’”Arlecchino servitore dei due padroni” replicato per anni al Piccolo Teatro di Milano era diventato anche icona dell’immutabilità del genere in un famoso tormentone dei Gatti del vicolo Miracoli.
In quegli anni, unica alternativa era certa strana sperimentazione che faceva capolino in alcuni teatri un po’ diversi da quelli “normali”. Come a Milano il Teatro dell’Elfo, che diede poi tanta fortuna e innovazione al cinema (tra i fondatori aveva Gabriele Salvatores, poi diventato innovatore del cinema italiano). O il Teatro Ciak, che decise di regalare dignità teatrale a molti cabarettisti che stavano cominciando a diventare popolari con le trasmissioni comiche del periodo: facendo scoprire tra loro straordinari attori e geniali autori.
Poi, la tivù è entrata con tutte le scarpe nella programmazione teatrale e ha cambiato tutto. Non necessariamente in peggio: tant’è vero che, innanzitutto, ha portato a teatro caterve di spettatori che non c’erano più e che fino a quel momento sembrava non avessero nemmeno l’aria di tirarsi su da quel divano e posare il telecomando.
Un fenomeno che è cresciuto un po’ per volta, ha avuto bisogno di decenni per realizzarsi – innanzitutto, il tempo per gli impresari di capire che un personaggio televisivo diminuiva un po’ di quel rischio imprenditoriale che anche e soprattutto le rappresentazioni teatrali rappresentanto – e che ancora ora non è una formula magica che rende “vendibile” qualunque spettacolo. Però fa da grimaldello per ricostruire una base di pubblico, anche in provincia, che non ha più le motivazioni di una volta per muoversi e ahimè trova a domicilio gran parte dell’evasione che una volta si trovava nei teatri.
Lo fa, per esempio con spettacoli come “A un passo dal sogno”, realizzato dal team professionale che sta dietro “Amici” e ispirato al libro omonimo scritto da Chicco Sfondrini e Luca Zanforlin, due degli autori della trasmissione televisiva.
Un po’ musical e un po’ prosa, per certi versi è la rappresentazione teatrale in assoluto più televisiva della stagione, tanto che il pubblico vi partecipa come se fosse davanti allo schermo, o nell’arena di Amici. Gli applausi a scena aperta sono la normalità (e non dovrebbe esserlo, di norma…) e frequentissimi i commenti ad alta voce verso l’uno o l’altro beniamino: commentare “brava” o “mavalà” sembra quasi necessario alla rappresentazione, che vede anche il pubblico utilizzare decine di telefonini impegnati a fotografare o registrare il momento (altro tabù teatrale qui bellamente ignorato).
Eppure è assolutamente necessario riflettere senza pregiudizi su uno spettacolo come questo, in grado di riempire per due sere di seguito l’Apollonio. Quello che si vede in “A un passo dal sogno” è teatro, con tutti i crismi: è una commedia musicale come i paesi anglosassoni hanno continuato a sfornarne a decine, nei decenni in cui noi restavamo ingessati in continue repliche di “teatro colto”, che non aiutavano l’evoluzione del mezzo e allontanavano chi non aveva gli strumenti per avvicinarsi.
Un musical peraltro portato in scena da una compagnia che recita più che dignitosamente, e con bel mestiere: inutile fare gli schizzinosi, ci sono stuoli di attori di teatro che recitano peggio dei ragazzi di Amici. Per di più, il testo è scritto da un team che non è nè scontato nè di piccolo cabotaggio (ad adattare il testo del libro sono stati Maurizio Costanzo ed Enrico Vaime, due veri mostri sacri) e che quindi sa alleggerire con l’autoironia uno spettacolo dichiaratamente popolare, con l’aiuto anche dei primattori (tra i quali però brillava l’assenza di Paolo Calissano).
In particolare, a dare pepe e ironia a questa storia semplice – ma con intenti anche educativi su cosa significhi essere attore, al di là delle luci del palco – ci pensa il ruolo e la personalità di Mauro Coruzzi, la cui capacità scenica è qui decisamente confermata: non è la prima volta che lo si vede a Varese e quella di ieri è la conferma che il teatro è decisamente una dimensione che gli si addice e valorizza la sua intelligenza. Per una volta, però non è necessario nella locandina precisare “In arte Platinette”, perchè qui Coruzzi è in versione maschile: forse più “en travesti” nei panni del direttore della scuola grasso e pungente che in quelli della femmina in parrucca, ma con la sua consueta intelligenza e autoironia e con battute sempre sintonizzate sull’attualità (quella di Novella 2000, naturalmente…).
Non si può, onestamente, pretendere dalla cronista che lo spettacolo le sia piaciuto completamente: i tanti anni di teatro di tutti i generi l’hanno resa di palato non più fine, ma più complicato.
Ma il modo in cui è stato realizzato e messo in scena, e il successo che il pubblico decreta questo spettacolo non può che rendere banale ogni altra preferenza.
Così, voi spettatori che ci siete andati ieri o che vi apprestate ad andare stasera andateci senza timore di giudizi: specialmente se questa è una delle prime occasioni che avete colto per andare a teatro. Vi piacerà, vi farà sorridere e tifare per il vostro beniamino, e vi farà anche un po’ pensare. E, se non vi è già capitato, magari sarà occasione per convincervi a cogliere tutte le occasioni che la benedetta rifioritura dei teatri varesini vi permette di fare: vedere qualcosa che – a causa della televisione o del passaparola o di che altro – vi incuriosisce.
Solo così il teatro rivive, solo così il pubblico può ricominciare davvero a riconoscere ed apprezzare le differenze tra quel che è fatto bene e quel che no, quello che ha dietro riflessioni approfondite e menti sveglie e quello che è arraffazzonato per sfruttare il momento. Perchè di questo il teatro ha bisogno, per continuare a vivere in un mondo dove lo spettacolo arriva già a domicilio: non la sclerosi da "teatro colto" che ha ingessato trent’anni di spettacolo italiano (e che ne ha, ormai, di fatto, ucciso la prosa) ma la possibilità di scegliere, in un panorama vasto e variegato, che permetta di emozionarsi e divertirsi a più livelli. Che permetta a molta gente, perciò, di tornare a calcare le platee, abbandonando ogni tanto il telecomando.
Ed è buffo pensare che – stando al pubblico dell’Apollonio ieri sera – forse, a farcela ci riesca proprio la tivù.
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