Insegnerà a Busto l’uomo che ha fatto volare Spiderman
Anthony LaMolinara, Oscar nel 2005 per gli effetti speciali di Spiderman II, è in trattativa con l'organizzazione del BA Film Festival: potrebbe tenere seminari presso l'Istituto cinemtografico Antonioni
Un professore d’eccezione per l’Academy bustese del cinema, il costituendo Istituto cinematografico Michelangelo Antonioni, che aprirà ad ottobre. È un premio Oscar quello che l’instancabile Gabriele Tosi, presidente del BA Film Festival, e la sua crew stanno cercando di "imbarcare" per il progetto della scuola di cinema per diplomati delle scuole superiori. Anthony LaMolinara (foto), italo-americano nativo di Giulianova in Abruzzo ma cresciuto nel suburbio californiano di Burbank, è tra i riconosciuti maestri degli effetti speciali, tanto da essersi meritato l’ambita statuetta nel 2005 per il suo ruolo nel creare le spettacolari immagini di Spiderman II. Artista di formazione classica, cameraman (a dodici anni già impazzava con una telecamera Super8), "mago" dell’animazione, ma anche musicista («ho imparato da bambino la fisarmonica, ma con quella non si rimorchiava, così sono passato alla chitarra…»): un artista completo cui per sua stessa ammissione «interessano tutti gli elementi del cinema». Tosi&Co. sperano di poterlo avere come special guest e insegnante, chissà, in appositi seminari di formazione per gli studenti della nuova scuola di cinema: per parte sua LaMolinara appare più che disponibile.
Lo abbiamo incontrato presso lo Shed, locale aperto l’anno scorso in via XX settembre. Simpatico, alla mano, un’aria "filosofica" datagli dai capelli lunghi e dalla barbetta che fanno un po’ hippie e un po’ guru, Anthony era già stato a Busto Arsizio per il BAFF due anni or sono. L’Italia per lui, che si fa capire
discretamente nella lingua dei suoi genitori, è molto importante. Di fatto ha svolto una migrazione al contrario per tornare in una delle patrie del cinema. «C’è stato un tempo in cui un Jack Nicholson scriveva a un Luchino Visconti supplicandolo di poter recitare per lui. Oggi non potrebbe accadere che una star d’oltreatlantico implori un regista italiano di affidargli una parte. Eppure in Italia c’è tanto talento che chiede di esprimersi. L’Academy bustese sarà un buon posto per cominciare, e sì, mi piacerebbe insegnare qui». Una scuola, quella bustese, che si affiancherà ad altre europee, più antiche e celebri, come quella inglese di Londra («mi cacciarono a pedate» ride LaMolinara, «erano un po’ old style…») o quella francese di animazione di Parigi («bravissimi, tra i migliori al mondo»). «Non vedo perchè per fare buon cinema gli italiani debbano per forza andare in America» sintetizza il nostro. «Qui c’è fame, gli italiani sono hungry, di fare, purtroppo latitano le opportunità: è anche un problema culturale». Questo abile specialista dell’immagine non nasconde che tenersi aggiornati diventa complicato: la tecnologia cambia rapidamente, quello che ieri era l’ultimo grido invecchia in pochissimi anni. La sua crescita professionale, manco a dirlo, è avvenuta parallelamente alla rivoluzione del software, di enorme portata.
LaMolinara è non solo esperto di effetti speciali e grafica, ma anche sceneggiatore e autore in proprio. Sta lavorando ad un paio di progetti in Italia, uno top secret in quanto prossimo al lancio (diremo solo che è un thriller psicologico assai originale), e un secondo progetto in cui a fare la parte del leone è la Sardegna più autentica. LaMolinara infatti mira a creare un film da un racconto di Grazia Deledda, una storia di amore negato in nome della religione e di una madre-padrona, ambientandolo non solo nei luoghi originali, ma affidandolo a un’attrice originaria dell’isola (a Venezia ha incontrato Caterina Murino) e soprattutto girandolo rigorosamente in lingua sarda – ma con sottotitoli, promette. «Nella scrittura di Grazia Deledda c’erano elementi di realismo magico, mi ricorda Gabriel Garcia Marquez. Non è un caso che le abbiano dato il Nobel per la letteratura». Ed è discutendo questo progetto, che scopriamo il LaMolinara politico, a disagio con la «repressione» sociale e il conservatorismo aggressivo dei Bush e dei Ratzinger: uno dei tanti pesci fuor d’acqua di questo mondo. Famoso, premiato, uno che, racconta, dopo l’Oscar può permettersi di farsi vedere ai party di Vanity Fair e dire a un Donald Trump «Spòstati», come Diogene il Cane ad Alessandro Magno; eppure non del tutto a suo agio col mondo com’è. Forse proprio per questo ne disegna di fantastici per lo schermo.
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