“Dalla volontà degli israeliani dipende la pace”

La prospettiva dei "due popoli, due Stati" sembra quanto mai lontana. L'occupazione dei Territori, rimasta durissima, rende sempre più difficile una soluzione

La sfida più forte è forse quella dei pacifisti di Sderot: la cittadina che guarda alla Striscia di Gaza da anni è bersagliata dai razzi Qassam lanciati dai militanti di Hamas, eppure proprio qui, in questa comunità composta in gran parte da emigrati dall’ex Unione Sovietica, oltre cinquecento persone, l’estate scorsa, hanno lanciato un appello per evitare un nuovo conflitto, poi scoppiato a dicembre. Il gruppo si chiama “The Other Voice”, la loro storia è raccontata dalla voce quasi flebile ma determinata di Susanna Sinigaglia (nella foto), cittadina italiana, ebrea, pacifista del Campo della Pace Ebraico, uno degli ospiti dell’incontro promosso da Acli e Coordinamento Pace di Gallarate: «Un’esperienza che riprende quella di “Not in my name”, il gruppo pacifisti americani post-11 settembre, e che è nata da un contatto fortuito tra due padri di famiglia, uno palestinese di Gaza, l’altro israeliano di Sderot: hanno dato vita ad un blog cui partecipano molte persone di entrambe le parti. Ed è interessante che l’esperienza sia nata proprio lì, tra gli abitanti poveri delle città messa a presidiare il confine con la Striscia». Susanna Sinigaglia è però critica sulla formula “due popoli, due stati” sbandierata dalla comunità internazionale ma mai concretizzata: «La soluzione di è stata formulata male ed è figlia della decisione del 1948 di dividere la terra in due stati nazionali. Una scelta cui erano contrari anche molti ebrei europei scampati alla Shoah, che avevano visto i nazionalismi aggressivi nati dallo Stato-nazione». Susanna Sinigaglia è figlia di genitori fuggiti dall’Italia dopo le leggi razziali, ha parenti che vivono in Israele, ma è quanto mai critica verso lo Stato ebraico: «La dirigenza ebraica non è figlia dei sopravvissuti della Shoah: a loro è mancata l’elaborazione del lutto che ha colpito il nostro popolo e hanno proiettato il nostro dramma sui palestinesi, trasformandole nelle vittime designate. Hanno trasformato Israele in uno Stato etnico che mette a repentaglio la sua stessa esistenza».

«Il secondo Stato , quello palestinese mai nato, non potrà esistere se prima la Comunità Internazionale non chiede il rispetto delle risoluzioni ONU e non risolve la questione delle colonie» ribadisce Lino Zambrano, che da alcuni anni segue a Gaza i progetti del Centro Regionale Intervento e Cooperazione. «A Gaza ho vissuto la fase dei violenti scontri tra fazioni palestinesi e quella drammatica dell’embargo: dal 2007 la popolazione vive sotto assedio, nulla esce e pochissimo entra nella Striscia». La pressione militare ed economica  sulla popolazione, insieme alla corruzione del governo di Fatah, ha spianato la strada ad Hamas, «anche se i palestinesi non sono tutti degli integralisti islamici». Zambrano racconta anche delle speranze deluse della tregua di giugno 2008, dell’ennesimo riesplodere del conflitto: «nonostante gli accordi, i confini sono rimasti chiusi e l’embargo è rimasto. Nel frattempo Israele ha ucciso venticinque palestinesi e ha compiuto un bombardamento aereo su Khan Yunis il 4 novembre. Da quel momento sono iniziati i lanci di Qassam». Ma mentre il mondo e i media guardano alla Striscia, in Cisgiordania continua l’espansione delle colonie (riassunta qui in carte e documenti di fonte israeliana), con una scelta che rende più difficile ogni possibile soluzione di divisione della terra: «le strade dei coloni tagliano la Cisgiordania in tanti frammenti, i posti di blocco e il muro rendono difficile ogni movimento» racconta Roberto Andervill, che con l’Istituto Pace  Sviluppo Innovazione Acli segue alcuni progetti educativi per bambini, collaborando con associazioni palestinesi e israeliane pacifiste.

Non aggrapparsi a formule politiche, ma cercare volontà di pace nei due popoli: è questa dunque l’unica scommessa possibile, anche se oggi il favore verso la soluzione bellica è quanto mai forte: «E’ necessario ricordare – continua Zambrano – che esistono ancora in Israele persone che vogliono la pace e chiedono una politica diversa . Centinaia di cittadini si sono schierati contro la guerra a Gaza, forse varrebbe la pena cercare e conoscere voci nuove in Israele, non solo i soliti tre scrittori».

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Pubblicato il 08 Febbraio 2009
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