“Difendiamo il signor LEI”
La crisi, le banche, le imprese e i Confidi: quale futuro? L’intervento di Marino Bergamaschi, direttore generale dell’Associazione Artigiani
«Le micro e piccole imprese non pagheranno più i costi di questa crisi!". Ad affermarlo è Marino Bergamaschi, direttore generale dell’Associazione Artigiani della Provincia di Varese che prosegue: "La situazione è ormai insostenibile, perché la crisi non è più semplicemente congiunturale ma strutturale. Ciò significa crisi finanziaria, degli investimenti, nei consumi e nella produzione: in una parola, recessione. Alcune banche non se ne sono ancora accorte e stanno affossando l’imprenditoria di questo territorio».
Finiamola una volta per tutte, e ciascuno si prenda le proprie responsabilità. Soprattutto coloro che hanno incoraggiato la finanza brutale volta alla lievitazione dei capitali a scapito dell’imprenditoria saggia e di chi tutela i valori del fare impresa. E’ venuto il tempo che si difenda il “Signor LEI”: Legalità (leggi uguali per tutti e applicate con lo stesso peso), Equità (nell’accumulazione della ricchezza ma anche nella sua ridistribuzione) e Impresa (nel senso di intraprendere, inventarsi un lavoro e dare occupazione).
Perché sono proprio le micro e piccole imprese ad aver assunto, nel 2008, più dell’80% dei nuovi posti di lavoro. E’ questa realtà produttiva che nel 2009 potrà offrire occupazione ad altre 60/70.000 persone. E’ il manifatturiero, con il suo capitalismo molecolare, a trasformare il 90% dei contratti di apprendistato in contratti a tempo indeterminato. E’ questo humus di “multinazionali tascabili” (nella definizione di Maurizio Sacconi, Ministro del Lavoro, Salute e Previdenza Sociale) a poter risollevare l’economia di questo territorio, ma ci devono credere tutti: a partire dagli istituti di credito.
Diciamocelo chiaramente: le banche stanno scaricando i costi della crisi sui Confidi. E quello dell’Associazione Artigiani ha deciso di resistere a questa situazione con un plafond di 50 milioni di euro (immediatamente fruibili dalle aziende) e aumentando la garanzia dal 50% al 70%, cioè assumendosi un rischio maggiore per consolidare le imprese, facilitare l’accesso al credito e sostenere lo sviluppo. Ma sono le banche a dover garantire la circolazione del denaro: se il loro problema è quello di essere private, allora possiamo pensare ad una statalizzazione a tappeto. Chiediamo attenzione da parte della Regione Lombardia, delle Camere di Commercio, della Provincia. Chiediamo – perché no? – aiuti. Lo Stato ha dato finanziamenti a tutti: Fiat (che negli ultimi anni – il dato è stato diffuso a “Malpensa Italia” di venerdì 13 febbraio – ha ricevuto 9.000 miliardi delle vecchie lire) e banche comprese. Eppure la grande impresa ristruttura ma non occupa: come mai?
Il “Signor LEI” attende risposte e interventi immediati: la liquidità c’è, ma non viene erogata e alcune banche chiedono il rientro dai finanziamenti con scuse fantasiose. Magari perché i clienti dell’impresa hanno ritardato i pagamenti. Che dobbiamo dire, allora, delle Pubbliche Amministrazioni che prima andavano a 180 giorni e oggi a 5-6 mesi? Che dire degli Studi di Settore, che nel 2009 imporranno – secondo le proiezioni – un 5% in più di prelievo alle imprese rispetto al 2008? Diciamo “sì” al congelamento degli Studi per il 2009, oppure chiediamo di renderli equi e rispondenti alle diverse peculiarità produttive territoriali per consolidare la finanza degli enti locali.
Non “tagliamo” le gambe alle MPI; piuttosto dimezziamo la spesa pubblica, utilizziamo le risorse di questo territorio – ancora e ancora in attesa del federalismo fiscale – per generare risorse a favore delle MPI (anche di fronte ad un calo drastico del PIL). Basta con la burocrazia e sì alla contrattazione salariale decentrata. Il potere d’acquisto è cambiato ed è diverso in relazione alle diverse regioni d’Italia. E’ finita l’epoca di privatizzare gli utili e socializzare le perdite: anche le banche, in questa situazione, sono pienamente coinvolte.
E le imprese, una volta uscite dal guado, si ricorderanno di chi ha teso loro una mano o si è dimenticato, in fretta, dei loro problemi e delle loro richieste. I micro e piccoli imprenditori non sono più disposti a tollerare ingiustizie sistematiche e comportamenti restrittivi.
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