«Nessun Governo può permettersi di navigare a vista»
Gianni Mazzoleni, segretario di CNA Varese Ticino Olona, interviene sulle misure anticrisi
Il Parlamento ha definitivamente convertito in legge (n. 2/2009) il Decreto-Legge 29 novembre 2008, n. 185, recante misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale. L’iter parlamentare si è concluso con un duplice ricorso al voto di fiducia sull’emendamento presentato dal Governo per consentire la conversione del decreto entro i termini di legge.
Il testo definitivo introduce alcune significative correzioni che, in parte, recependo le sollecitazioni che la Confederazione aveva formulato, migliorano il testo originario. Una per tutte il ripristino del contributo del 55% per gli investimenti finalizzati al risparmio energetico.
Si rafforzano, tuttavia, le perplessità espresse in occasione dell’approvazione del decreto, in particolare per ciò che riguarda l’efficacia di molti provvedimenti, per i quali le dotazioni finanziarie rimangono incerte ed i cui risultati non potranno che essere giudicati solo dopo l’emanazione dei decreti di attuazione
L’aspetto maggiormente preoccupante attiene, però, all’incompletezza della manovra di contrasto alla crisi, che si caratterizza non solo per l’assenza di adeguate risorse economiche per favorire l’offerta e stimolare la domanda privata e pubblica, quanto per la frammentazione degli interventi senza che si possa intravedere un disegno organico.
Vero è che nessuno è ragionevolmente in grado di fare previsioni sulla durata della crisi, ma dal momento che oramai è chiara la pervasività della stessa e la velocità di trasmissione all’economia reale, nessun governo può permettersi di navigare a vista, senza una strategia compiuta, cercando di tamponare le falle che si vanno progressivamente aprendo e attingendo risorse dalle assegnazioni finanziarie disposte in precedenza.
Così procedendo, il Governo ha emanato prima due decreti sulle banche, poi uno per il lavoro e le imprese. Mentre l’ultimo era ancora in discussione, si profilava un piano di intervento a sostegno dell’auto e si cominciava a parlare di elettrodomestici e di implementazione delle misure a sostegno della finanza delle pmi. Si va di urgenza in urgenza senza una linea che non sia quella del rigore, imposta dal Ministro dell’Economia che, avendo conoscenza diretta dell’effettiva situazione dei conti pubblici, del costo del probabile intervento di salvataggio delle banche nazionali, nonché dell’impatto del federalismo fiscale, lesina risorse riducendo l’efficacia dei provvedimenti, i cui effetti non riescono certo a prodursi per il solo fatto che vengono annunciati pubblicamente e formalmente inseriti in un prospetto legislativo.
Nel frattempo i nostri partners europei non fanno “economia” di interventi a sostegno delle industrie nazionali, con buona pace dei custodi delle virtù europee oramai accondiscendenti. La CNA sostiene dall’inizio della crisi che senza un governo unitario in sede europea le fondamenta stesse dell’Unione sarebbero stati messe a dura prova: tant’è che il patto di stabilità, i principi della concorrenza ed il divieto di aiuti di stato vengono piegati alla volontà dei Paesi maggiormente influenti senza che l’Europa riesca ad assumere iniziative forti e concordate.
Mai come adesso l’Europa potrebbe esercitare un ruolo di governo e di coordinamento forte mentre invece, in questa crisi finanziaria, ha mostrato tutta la sua lentezza operativa e la sua vischiosità decisionale, facendo risaltare la mancanza di istituzioni centrali con poteri adeguati e le difficoltà di coordinamento e decisione.
E’ apparsa evidente la debolezza di un’istituzione che rappresenta ventisette paesi membri con un’entità politica molto frammentata. Ciò si è tradotto in ventisette piani di salvataggio nazionali poco e male tra loro coordinati e con un’immagine fortemente indebolita.
La “vecchia Europa” avrebbe le condizioni per contare di più forte di una identità comune oramai conquistata, di valori di coesione sociale condivisi e di una integrazione effettiva delle economie di cui l’Euro rappresenta il risultato più visibile.
Dovrebbe saper affrontare con una sola voce la riforma degli organismi economici e finanziari internazionali (FMI, BANCA Mondiale, WTO…). Dovrebbe altresì rilanciare il mercato interno, istituendo organismi indipendenti di supervisione e controllo del mercato per ridare fiducia nelle istituzioni finanziarie e bancarie.
In questo contesto il nostro Paese è quello maggiormente esposto agli effetti della crisi. Profonda, anche se meno visibile rispetto alle difficoltà dell’industria, è la sofferenza delle piccole imprese dell’artigianato e dei servizi, che si sta manifestando con un’accelerazione dei processi di ridimensionamento dell’offerta. Il brusco crollo della domanda sta interessando il settore delle costruzioni, la meccanica e tutta la filiera dei beni di investimento durevoli compresa l’automotive e sta coinvolgendo nel contagio anche beni di consumo, come il tessile abbigliamento, i servizi alle imprese e l’autotrasporto.
La capacità di tenuta delle imprese rischia di indebolirsi a fronte di un insufficiente supporto del credito e, in assenza di una prospettiva di superamento della crisi in tempi brevi, il rischio di pesanti ricadute sul versante occupazionale è elevatissimo.
Il peso del debito pubblico distrae ingenti risorse che altrimenti potrebbero essere diversamente indirizzate. L’economia italiana, negli ultimi 10 anni, è cresciuta molto più lentamente degli altri paesi industralizzati, non solo europei. Minore crescita si traduce in minori risorse per l’innovazione, la ricerca, scarsa competitività, minore redistribuzione di ricchezza e crescente aumento del disagio sociale.
L’Italia ha bisogno di una strategia di contrasto alla crisi che sostenga la domanda privata, restituendo potere di acquisto alle famiglie, e la spesa pubblica va utilizzata per realizzare investimenti che rafforzino la competitività del paese, abbattendo le carenze infrastrutturali ed energetiche in un nuovo paradigma di sostenibilità dello sviluppo. L’adozione di tecnologie pulite, la diffusione di prodotti a basso impatto ambientale e la produzione di energia da fonti rinnovabili possono rappresentare un volano per la realizzazione di nuovi investimenti e nuova occupazione, contribuendo nel contempo al raggiungimento degli obiettivi in campo ambientale.
Va accelerata la realizzazione delle opere pubbliche, con particolare riferimento alle piccole opere, di più agevole cantierabilità, che coinvolgono maggiormente le imprese di minori dimensioni, e i cui benefici sono immediatamente percepibili.
Per tutto ciò servono interventi tempestivi ed efficaci sostenuti da una adeguata dotazione finanziaria, come altri paesi europei si stanno accingendo a fare.
Mancano le risorse. La composizione del bilancio pubblico e il livello del debito non consentono margini di manovra adeguati, dovendo rispettare il patto di stabilità europeo, per quanto ammorbidito dalle necessità di contrasto della crisi. Il deficit per il 2009 previsto dall’Ue tende al 4% del PIL, trascinato dalla difficoltà di contenimento della spesa corrente e dalla riduzione del Prodotto Interno.
E’ oramai inevitabile modificare in profondità la spesa pubblica per liberare le risorse necessarie. Oltre all’impegno ad azzerare sprechi ed inefficienze, è necessario ridurre i livelli istituzionali di governo, partendo dalle province e dalle comunità montane, e riformare le pensioni, allungando l’età pensionabile e aggiornando i coefficienti.
Il contenimento della spesa e il sostegno al rilancio dell’economia possono essere realizzati solo se accompagnati da un ampio consenso e condivisione. In tal senso è necessario il coinvolgimento effettivo di tutte le parti sociali chiamate a contribuire con una forte assunzione di responsabilità al raggiungimento di obiettivi che vanno a tutela della collettività, come gia sperimentato con successo in passato con l’accordo del 1993.
Con questo spirito va ricordato che la CNA, insieme alle altre organizzazioni datoriali, ha recentemente sottoscritto le linee guida di riforma del modello contrattuale. Nell’intesa raggiunta, viene premiato l’ambito territoriale quale luogo di confronto per la definizione ed il riconoscimento della retribuzione legata alla produttività. Si tratta di un sistema basato sulla pari validità dei due livelli di contrattazione che, attraverso meccanismi bilaterali di supporto ad imprese e lavoratori, può rappresentare un contributo sostanziale all’allargamento degli ammortizzatori sociali ed al superamento della crisi economica.
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