Riflessioni dopo la manifestazione di solidarietà per Gaza
Commenta dopo la manifestazione di solidarietà al popolo palestinese svoltasi a Varese lo scorso 10 gennaio
Il nostro lettore Beppe Perrone commenta la manifestazione di solidarietà al popolo palestinese svoltasi a Varese lo scorso 10 gennaio. Apriamo i commenti dei lettori: da questo momento in avanti tutti i pezzi che riguardano la crisi internazionale nella Striscia di Gaza e l’argomento Israele-Palestina dovranno essere firmati con nome e cognome e attinenti all’argomento. La redazione si fa carico di eliminare ogni commento giudicato fuori luogo o non firmato
Sono rimasto molto colpito dalla manifestazione (di lutto) che si è svolta a Varese il 10 gennaio, mentre era in corso il bombardamento israeliano di Gaza e le vittime erano già centinaia, per lo straordinario clima emotivo che si è creato.
Per le parole “pacate ma addolorate, serene ma pungenti” che ho udito pronunciare da uomini e donne di fede islamica o di fede cristiana o che non si riconoscono in religioni, di nazionalità italiana o no, che condividevano (cito dalla comunità islamica varesina) “la tristezza del momento e la felicità di aver partecipato all’organizzazione” di un’espressione d’umano sgomento così grande e sentita (forse la prima volta a Varese).
E questa parola “felicità” usata in questo contesto è profondamente commovente e fa, a chi la legge, il grande dono della speranza, che qualche volta noi perdiamo… Io credo che, spero che, tra i partecipanti vi siano stati anche donne o uomini di fede ebraica. E mi piace citare testualmente alcune parole bellissime espresse dalla comunità islamica varesina: “E’ una piccola cosa ma che può forse aver contribuito a far pensare qualcuno che fino ad oggi vedeva un’altra verità”. E nell’indossare una piccola bandiera palestinese sulla giacca ho avuto un brivido perché vi ho rivisto i colori della nostra bandiera italiana più uno: il nero, che da noi significa “sono in lutto”…
E proprio questo è il punto: vedere qualcosa, capire qualcosa che prima non si vedeva, non si capiva. Ma per capire qualcosa bisogna fare anche uno sforzo per conoscere, aprire all’altro, non rinchiudersi.
E così mi è venuto il desiderio di cominciare a conoscere un po’ meno superficialmente cosa ha dato avvio a questo crimine immenso che è la pulizia etnica commesso dai discendenti di vittime di terribili persecuzioni nei confronti di un popolo inerme, il popolo palestinese.
Ho acquistato un libro molto bello che considero propedeutico a qualsiasi altra lettura. Il libro è “La storia dell’altro”: un manuale di storia con due narrazioni, “due verità” che corrono parallele.. un’impresa straordinaria di un gruppo di insegnanti israeliani e palestinesi…. Torno studente… Ecco, credo che ci si debba preparare ad un lavoro capillare di una nuova divulgazione di una verità taciuta, tradita, vergognosamente manipolata per troppi, troppi lunghi anni.
Penso a quelli della mia generazione, un po’ stanchi, ma penso soprattutto alla generazione dei ventenni di oggi che, forse per la prima volta, si avvicinano perplessi alla tragedia palestinese. Penso al mondo dei cristiani, quelli pensanti, che provano orrore e vergogna per quello che accade oggi a Gaza ma che forse (a causa di un po’ di antislamismo strisciante e a causa di sensi di colpa per un antisemitismo pregresso) si dichiarano “equidistanti” e non capiscono (non vogliono capire?) fino in fondo chi sono gli aggrediti e chi gli aggressori, chi i martiri e chi gli aguzzini, in questa oscena oppressione di un popolo che dura dalla fine del 1800.
Quindi è in questo ambiente nostro, “nostrano” (a cui mi sento geneticamente vicino…) che è quello delle parrocchie, degli oratori, dei gruppi scout, dei vari movimenti cattolici di base e pacifisti, che bisogna, credo, lavorare per una lenta paziente ma incessante e indispensabile nuova divulgazione della verità, dando voce a chi attualmente non ce l’ha… Qualche parroco di periferia ha avuto ed ha questo coraggio di denunciare i crimini e i criminali dal pulpito, scuotendo le coscienze un po’ intorpidite dal panettone, in un sorta di messaggio di auguri (scomodi) ai cristiani per il nuovo anno.
E noi, che non siamo parroci, non dobbiamo rassegnarci, ma prepararci con coraggio ad un lungo lavoro di approfondimento per comprendere innanzitutto e divulgare, in tutti quei modi che la nostra immaginazione ci potrà suggerire, l’altra verità, quella di chi subisce ingiustizie e sevizie continue da un invasore che gode della silenziosa complicità dei governi dell’Occidente cristiano che non vedono, e se vedono tacciono.
Beppe Perrone
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