Lo scienziato rientrato: «Sono tornato per un colpo di fortuna»

Francesco Bedogni è un giovane di Legnano laureato in biotecnologie ed emigrato a Seattle. Oggi lavora all'Università dell'Insubria nel laboratorio di biologia molecolare e racconta la sua storia: "Là non si pianificano budget se lo sperimento è utile"

Francesco Bedogni è un giovane di Legnano, laureato in biotecnologie farmaceutiche. La sua è la storia di un cervello “in fuga” poi rientrato o meglio, come spiega lui: «Non rappresento il caso tipico del ricercatore che se ne va via dall’Italia perchè si trova male o perchè non ha lavoro, io sono andato negli Usa semplicemente perchè volevo fare cose nuove in un ambiente nuovo». ( l’intervista è stata realizzata per www.mappacervelli.org)

 
La scelta di andare all’estero: quando è avvenuta e perchè
«La scelta di andare all’estero non è "avvenuta", è stata naturale perché ho sempre avuto in mente che una "specializzazione" all’estero sia necessaria per conoscere ambiti scientifici e approcci nuovi. Per i primi due anni di permanenza a Seattle il mio stipendio era per metà pagato dalla Statale di Milano (Borsa di Perfezionamento all’Estero), l’idea era proprio quella di acquisire conoscenze nuove. Poi il periodo tra la fine del 2007 e la fine del 2009 la mia permanenza è stata una scelta obbligata visto che mi stavo divertendo troppo con i miei esperimenti e mi sembrava un peccato troncare la cosa»
 
Gli Stati Uniti: una meta naturale o preferita di fronte ad altre opportunità?
«Probabilmente, avrei trovato una borsa di studio in Italia con cui proseguire il mio lavoro. La verità è che non ho neanche cercato altre possibilità, avevo già un visto per gli Stati Uniti. In più, nell’eventualità di un ritorno, un’esperienza americana avrebbe allargato le mie conoscenze da trasferire in Italia e il mio curriculum sarebbe stato più ricco»

Lavorare negli Usa: l’impatto iniziale, l’equipe di lavoro, la vita al di fuori del laboratorio. Com’è andata?

«L’impatto iniziale è stato traumatico, cosa che credo valga per ogni genere di esperienza all’estero. All’inizio è davvero difficile inserirsi in un ambiente e in un ambito della ricerca completamente nuovi che comportano l’acquisizione di tecniche e conoscenze nuove. A Seattle, però, ho subito trovato molto aiuto sia nel "lab" che all’esterno: Non posso dire di aver mai avuto "nostalgia di casa" o rimpianti di qualsiasi genere. Diciamo pure che me la sono goduta dall’inizio alla fine. Seattle poi aiuta molto da questo punto di vista, so che è considerata una città piovosa, e in effetti lo è, ma è una città splendida e incredibilmente rilassante in un’area naturalistica davvero particolare»
Quanto è durata l’esperienza straniera e quali soddisfazioni ha avuto
«L’esperienza è durata quasi 4 anni, le soddisfazioni personali sono molte: una di queste è che la gente rimane colpita dalla scelta che ho fatto, è una soddisfazione perchè io non ho fatto nulla che mi abbia pesato. A quanto pare, senza saperlo, ho fatto però qualche cosa che altri non si sarebbero mai sognati di fare! La soddisfazione maggiore è probabilmente quella di aver lasciato a Seattle una buona opinione di me e un gran numero di amici con cui sono ancora in strettissimo rapporto. Diciamo che sono riuscito ad integrarmi in una cerchia molto internazionale di persone con cui mi sono trovato fin da subito benissimo. Ovviamente ho avuto e sto avendo un certa soddisfazione nel vedere i miei articoli pubblicati o in via di pubblicazione, la parte scientifica dell’esperienza è stata, oltre che indimenticabile, abbastanza fruttuosa».
 
L'equipe della dottoressa Landsberger: tra i ricercatori, Francesco BedogniIl ritorno: com’è avvenuto, quando e perchè
«Il ritorno è stato una specie di colpo di fortuna, oltre che una storia divertente. Nel marzo del 2008 ho chiesto alla professoressa Landsberger alcuni reagenti. La prof ha risposto alla mia richiesta nel giro di qualche minuto, benchè ci siano 9 ore di fuso tra l’Italia e la costa ovest. Mi diceva di essere dispiaciuta ma di non potermi dare questi reagenti perchè il suo lab ci stava ancora lavorando. Le ho risposto di non preoccuparsi perchè avrei fatto senza, e di farsi viva se avesse mai avuto una posizione in Italia per me. Di nuovo ha risposto dopo qualche minuto dicendo che, in effetti, c’era l’idea di assoldare un nuovo posto. Il mio curriculum credo di averlo spedito dopo qualche secondo, in sostanza nel giro di un quarto d’ora c’era l’idea di lavorare assieme. Un anno e mezzo dopo quella serie di email mi sono ritrovato con un indirizzo email dell’Insubria e del San Raffaele. Questa è una delle ragioni per cui considero il mio caso estremamente fortunato e molto diverso da altri casi molto più frequenti e decisamente sfortunati»
 
Il lavoro al fianco della dottoressa Landsberger: rispetto a quello che ha visto fare all’estero come lo giudica?
«Non troppo diverso da quello cui ero abituato a Seattle, anche perchè la prof essoressa Landsberger è stata negli States più a lungo di me. La differenza vera è che a Seattle, pianificando un esperimento, non si controllava mai il budget necessario per metterlo in pratica, qui il problema della carenza di soldi c’è e di queste cose bisogna tenere conto»
 
Economicamente cosa vuol dire andarsene o stare? e tornare?
«Se intende "salario" non mi sono neanche mai posto il fatto di guadagnare di più o di meno. Posso dire che negli States guadagnavo di più, ma qui in Italia non posso lamentarmi di quello che mi viene dato, l’associazione ProRETT ricerca che mi finanzia mi ha fin da subito trattato molto generosamente. Immagino che, per chi resti in Italia dopo la fine del dottorato, le prospettive siano spesso poche e forse non del tutto allettanti, il mio consiglio è fare almeno un piccolo periodo di studio all’estero (non necessariamente negli States) per avere un curriculum e una esperienza più varia una volta tornati in Italia».
 
Il futuro come se lo augura?
«Roseo, i progetti che mi hanno proposto mi piacciono e ci sono tante strade che si aprono ogni volta che si pensa a come svilupparli. Diciamo che c’è parecchio da divertirsi anche nelle difficoltà che ci sono ma che, con un po’ di fantasia, si possono rendere meno "limitanti". Al momento sono ancora probabilmente molto incoscientemente ottimista, ma sto facendo il lavoro per cui ho studiato e che mi piacerebbe fare. Non ambisco a posizioni stabili o cose del genere per ora. Credo di essere in una fase in cui se le cose vanno come cercherò di farle andare mi riterrò soddisfatto e fortunato. Se qui le cose non dovessero andare come spero, non credo avrei difficoltà a stringere un po’ di più i denti e tentare la fortuna altrove, probabilmente in Europa. L’ho fatto una volta, credo di poterlo rifare, anche se, questa volta, forzatamente».
Lo scienziato è una risorsa per il paese che lo ha formato o è "strumento di conoscenza" del mondo?
«Lo scienziato dovrebbe essere, per conto mio, uno "strumento di conoscenza" perchè è dalle scoperte della scienza di base che si sviluppano nuove soluzioni ai problemi e alle difficoltà che ci colpiscono. Data l’"internazionalità" della scoperta scientifica lo scienziato è soprattutto un vanto per il paese che lo ha formato. Non posso quindi evitare di dire che la politica italiana non dovrebbe vantarsi dei risultati della scienza italiana, ma ritenersi fortunata che un gran numero di giovani e dotati scienziati, stringendo i denti, non abbia lasciato perdere, o, peggio, non se ne sia andata via per non tornare».

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Pubblicato il 16 Dicembre 2009
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