La Lega Nord non è più un partito di lotta
Roberto Molinari, segretario cittadino del Pd, commenta la vicenda relativa al sindaco Fontana e all'utlimatum ricevuto dal partito
Attilio Fontana ha la mia stima personale. L’ha non da ieri. Diverso, ovviamente, il mio giudizio politico, ma questo fa parte certamente dei ruoli distanti che abbiamo.
Premetto che non butto la croce addosso a Fontana per il suo accettare “l’ordine” impartito dai vertici di via Bellerio, né per l’altrettanto eclatante decisione di dimettersi da Presidente di ANCI Lombardia.
Devo anche sinceramente scrivere che, essere “uomini di partito” in epoca in cui i partiti sono visti come strumenti desueti ed inutili mi accende una fiammella di simpatia che è più istintiva che razionale.
Premesso questo, la vicenda di Fontana, a parere mio, apre la possibilità ad alcune considerazioni.
La decisione del Sindaco sottolinea che, l’elezione diretta di una persona al vertice di una città, non ha in alcun modo liberato, come falsamente ci è stato spiegato per anni, l’eletto dai suoi legami con la politica e il partito di provenienza. Insomma, il dilemma se fare l’interesse, in questo caso, della città intera o del partito, rimane tutto. E’ il dilemma classico di chi fa politica. Viene prima l’Istituzione ed il ruolo che devi ricoprire con l’autonomia decisionale che ti è data dalla carica o deve prevalere il senso di appartenenza al partito che ti ha indicato? Personalmente non ho dubbi. L’autonomia degli eletti che svolgono il loro mandato al servizio del Paese è prima di ogni cosa. E lo scrivo da segretario politico del maggior partito di opposizione di Varese.
Ma sono ancora due le considerazioni che vanno fatte dopo il gesto di Fontana.
La Lega, con la sua decisione, ha mostrato che non può più reggere il “giochino” che fino ad ora le ha consentito di fare il pieno di voti. Non c’è più l’equazione Lega di Governo e Lega di lotta. Oggi la Lega ha mostrato il suo vero volto. E’ un partito saldamente legato alle sue alleanze romane, è un partito fortemente leaderistico, è un partito “centralista” dove non è riconosciuto nessuno spazio di libertà e autonomia politica a chi rappresenta il territorio o il dissenso politico. E qui aggiungo la seconda considerazione. La Lega ha fallito nella sua azione di “sindacalismo territoriale”. Oggi non può più essere il rappresentante esclusivo – se mai lo è stata – di un territorio, dei suoi bisogni e dei suoi interessi. Con la messa all’angolo di Fontana è venuto a cadere anche questo falso teorema che Bossi e i suoi ci hanno propinato per anni. La Lega espressione del territorio e degli interessi privilegiati locali rispetto alle decisioni romane non c’è più. È caduto il velo di ipocrisia che questo partito si è costruito negli anni e che ha giustificato l’adesione di molti elettori e i complessi di inferiorità di alcuni politici. Insomma, diciamola tutta, la ricreazione per la Lega finita. Al PD, oggi, si aprono scenari nuovi e nuove responsabilità. Io penso che nei democratici ci siano la cultura politica, amministrativa e la capacità di rivendicare non un falso “federalismo” venduto come panacea per il Paese, ma una vera cultura dell’attenzione all’autonomia municipale, questa si “rivoluzionaria” per il nostro Paese. Sta a noi dimostrare che una Italia, non diversa, ma migliore, a questo punto è possibile.
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