‘Ndrangheta, i giudici: “Vanno approfonditi i rapporti con politica ed Expo”

Nelle motivazioni della sentenza che ha portato dietro le sbarre i protagonisti della locale di Legnano-Lonate Pozzolo si sottolinea l'esigenza di approfondire i rapporti che avevano con le amministrazioni locali ed Expo

Sono state depositate ieri mattina le motivazioni della sentenza del processo Bad Boys che hanno portato alla condanna per associazione a delinquere di stampo mafioso Vincenzo Rispoli, Emanuele De Castro, Nicodemo Filippelli, Pasquale Rienzi, Antonio Esposito, Ernestino Rocca e Fabio Zocchi con pene che vanno dai 5 agli 11 anni. Nelle oltre 500 pagine depositate il collegio presieduto dal giudice Toni Adet Novik spiega perchè si è giunti alla condanna dei sette componenti dell’associazione più altri sei (Nicola Ciancio, Stefano Giordano, Antonella Leto Russo, Carlo Avallone, Giorgio La Face, Roberto Lomuscio).

POLITICA ED EXPO – I giudici parlano di “uno spaccato dell’attività ‘ndranghetista in Lombardia che non esaurisce né dà l’esatta dimensione del fenomeno criminale complessivo a causa del limitato materiale a disposizione, costituito in prevalenza da discorsi frammentari per la necessità di mantenere occultata l’indagine (sfociata poi nell’inchiesta Infinito/Il crimine, ndr)”. Questa limitazione non ha consentito l’approfondimento dei molteplici filoni emersi, che spaziano dall’infiltrazione nei lavori dell’Expo di Milano alle collusioni in ambito comunale per le speculazioni edilizie. Le due grandi domande rimaste inevase durante questo processo nonostante ci fossero elementi piuttosto chiari che hanno mostrato la capacità di infiltrazione di questa organizzazione. Esemplare è l’intercettazione nella quale Vincenzo Rispoli, ritenuto il capo della cosiddetta Locale di ‘ndrangheta di Legnano-Lonate Pozzolo, parla dei progetti della ‘ndrangheta per Expo: ". . . se ci dà i sub-appalti dell’edilizia… e la sicurezza… "- " eh la guardia… l’appalto. . ."-". . . e la sicurezza… poco poco ci vorranno minimo 500 uomini… o no? … di sicurezza a sto EXPO, giusto? …questo è…"- e continua – ". . . sono pure pochi: Se tu su un appalto di questo ci guadagni 5 euro l’uno al giorno… vedi che cifre che si fanno… hai capito?”. Proprio lì volevano arrivare i clan, la grande torta degli appalti per l’esposizione fieristica internazionale del 2015.

ORGANIZZAZIONE EMERGENTE – Il dato che si evince – dicono i giudici – non è tranquillizzante. A stupire è l’intelligenza e la capacità pervasiva dimostrate, unite alla mancanza di remore all’eliminazione fisica di chi ostacola o mette in pericolo le mire dell’organizzazione. Tutti questi elementi indicano nella ‘ndrangheta calabrese il gruppo criminale emergente in grado di penetrare nel tessuto sociale e politico, e inquinarne lo sviluppo economico. La linea d’azione prevede l’accumulo del capitale mediante la realizzazione di reati comuni – usura, estorsioni, truffe, fatture false e traffico di droga – l’accaparramento tramite l’usura di attività economiche in difficoltà e il reinvestimento dei profitti nell’edilizia, approfittando delle molteplici imprese costituite a basso costo. A questo va aggiunto il clichè del testimone omertoso per paura che si ripresenta ancora, anche a latitudini dove ci si aspetterebbe una diversa reazione della gente. Anche in questo caso l’assenza di elementi ulteriori rende impossibile squarciare il velo di paura e intimidazione che emerge dalle dichiarazioni

I DUE VOLTI DELLA ‘NDRANGHETA – La struttura familistica – continuano i giudici – aumenta la capacità di segretezza tra i sodali e le difficoltà da parte degli inquirenti nel carpire i contenuti degli affari che questi combinano. A questo va aggiunto un mutamento genetico nel rapporto con il territorio circostante: ad un gruppo tracotante e prevaricatore, rappresentato da Mario Filippelli, Giuseppe Russo e Murano Alfonso, gli ultimi due sono stati uccisi, espressione della natura violenta della ‘ndrangheta, è emersa di recente la nuova figura usa a mimetizzarsi nell’ambiente locale e a rifuggere da comportamenti eclatanti, che hanno come risultato di attirare l’attenzione. Espressione di questa realtà è Nicodemo Filippelli che, contrapponendo la sua figura a quella di Filippelli Mario, si vanta di essere benvoluto in città e di pagare le consumazioni. È la stessa persona però che, nell’esporre le regole della consorteria, ricorda a Zocchi che “per orgoglio e dignità si muore”.

LE PENE – I giudici si soffermano, infine, sull’individuazione della pena base per il delitto di stampo associativo che – dicono – sembra opportuno e conforme a criteri di equità non discostarsi troppo dal minimo tenendo in debito conto i seguenti fattori emersi nel processo e cioè il limitato ambito territoriale dell’associazione e la non eccessiva cruenza del metodo mafioso espresso nei confronti delle vittime, limitato prevalentemente a minacce verbali sfruttando la fama del sodalizio di Cirò.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 29 settembre 2011
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