È morto Alexis Weissenberg
Uno fra i più grandi pianisti del Novecento, scomparso a 82 anni nella sua casa. Aristocratico della tastiera, grande interprete di Rachmaninov e Bach. La sua genialità lo salvò dallo sterminio nazista
Johann Sebastian Bach: è l’autore perfetto per conoscere Alexis Weissenberg, scomparso lunedì 9 gennaio a Lugano all’età di 82 anni. Uno fra i più grandi pianisti del Novecento – «uno dei migliori dei nostri tempi», lo definì Herbert Von Karajan, che lo volle come solista nella Filarmonica di Berlino nel 1967 – da circa trent’anni affetto dal morbo di Parkinson. Un male difficile per tutti, ma soprattutto per un pianista che su muscoli, nervi e memoria seppe costruire una carriera fulminea, fantastica, quasi irreale perché perfetta.
Lo intervistai anni fa nella sua casa “nella roccia” a due passi dall’aeroporto di Agno: con lui l’inseparabile maggiordomo Igor e un cane di razza Barbone gigante. La malattia si faceva già sentire ma la sobrietà nel parlare (in un gramelot di francese, italiano e spagnolo), la passione che incendiava ancora il suo sguardo, la gentilezza e l’umiltà, il ricordo dei prodigi della musica in lui, erano fonte di serenità e di continua scoperta. La stessa che provava a Sofia, dove era nato nel 1929, appoggiando l’orecchio allo stomaco dei sacerdoti greco-ortodossi – i Popi – quando cantavano in coro. E lui, bambino, voleva capire da dove arrivasse il suono. Un mistero incantatorio sul quale Weissenberg eresse un’interpretazione maestosa fatta di velocità irraggiungibili, chiarezza raffinata, ricercatezza timbrica. Sino, quasi, ad entrare in aperta concorrenza con il modello del pianista folle incarnato da Glenn Gould. Perché ugualmente visionario (ma più elegante), imprevedibile (dalla provocazione facile ma mai di cattivo gusto), scatenato (ma senza rinunciare al lato più aristocratico della musica). Scherzava, Weissenberg: dei tranelli della vita e dell’arte, e delle madri che rovinano i figli costringendoli a rinunciare ai loro sogni d’artista. Sogni che lui, invece, realizzò sempre con coraggio. Da quando, da bambino bulgaro di religione ebrea, venne internato in campo di concentramento e salvato dalla sua genialità (e da quella di Franz Schubert). Weissenberg incantava perché poliglotta della tastiera: la Russia di Rachmaninov (con quel brillare continuo nel Concerto numero 3, dalle sfumature quasi barocche), la Polonia di Chopin, la Germania di Bach (il Presto del Concerto Italiano con le note a mitraglia). Ma anche l’Italia di Domenico Scarlatti: con quel pianoforte che diviene, invero, clavicembalo. Weissenberg se n’è andato, ma lascia al suo pubblico la consapevolezza di aver convissuto – per tanti anni – con una vera leggenda della tastiera.
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