Politici, partiti, giornalisti: pezzi di Italia da riformare

Sono queste categorie sotto la lente dell'ultimo libro di Franz Foti, professore all'Insubria e Presidente della commissione cultura dell'Ordine dei giornalisti, presentato nel pomeriggio del 24 gennaio

Politica senza ClassePolitica, partiti, trasformazione della società, ruolo del giornalismo.
Nell’Aula magna dell’Università dell’Insubria si è tenuto martedì 24 gennaio un interessante dibattito in occasione della presentazione, in anteprima per la stampa e per gli studenti dell’Ateneo, del libro “Politica senza classe”, scritto dal professor Franz Foti ed edito dal Centro di Documentazione giornalistica.  «Nell’ultimo ventennio, che ho analizzato nel libro, ci siamo trovati di fronte al venir meno di alcuni fattori fondamentali: la politica, la gestione della cosa pubblica; il ruolo dei partiti; la partecipazione del popolo – Franz Foti, docente di Giornalismo e comunicazione politica all’università dell’Insubria e Presidente della commissione cultura dell’Ordine dei giornalisti, apre così il dibattito – Il partito, il cui compito doveva essere quello di creare un raccordo con i bisogni dei cittadini, interpretando e dando forza al progetto della gestione della cosa pubblica, è diventato dominio assoluto di un’oligarchia e soprattutto non è riuscito a capire che non ci troviamo più di fronte alle classi del ‘900. Il titolo del libro, “Politica senza classe”, racchiude in sé più concetti: il primo è che manca la classe di cui si è appena detto; il secondo è che l’attuale gruppo dirigente politico non ha classe, ha invece una forma di arroganza verso le persone di cui non solo non interpreta i bisogni, ma non è più nemmeno in grado di percepirli; una classe politica che, a causa dell’incapacità o non volontà di capire questi fenomeni si sta autoestinguendo. È quindi evidente che sia necessario un cambiamento: il mio tentativo, scrivendo questo libro, è di scuotere le cose in modo da trovare risposte per un’azione immediata».

Il libro esamina un’epoca, quella attuale, di profonda trasformazione: «Il quadro democratico sta svanendo, così come la classe politica – spiega Claudio Bonvecchio, presidente del Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione – c’è quindi uno sfoliarsi della società, che sta perdendo le sue caratteristiche per vari fattori, quali la globalizzazione e la crisi economico-finanziaria. Accanto a questo poi c’è una forte crisi di valori. In questo contesto si inserisce una politica fatta di grandi discorsi, di grande comunicazione, ma completamente vuota di contenuti».

Nel dibattito vengono quindi coinvolti i politici invitati alla presentazione: «Nel libro c’è un aspetto molto importante: il bisogno di ritrovare una dimensione etica dell’esistenza – commenta Luisa Oprandi, consigliere del Partito Democratico in Comune e in Provincia di Varese – Credo che tutto debba partire da questo: il politico deve calarsi anzitutto nel ruolo di unus inter pares. A questo aggiungo che c’è bisogno di cultura, intesa come consapevolezza di quello che accade, capacità di mettere in fila i pezzi, di avere una visione progettuale rispetto a quello che vedi, pensi e proponi».

Politica senza classeLa riflessione su questi temi è «Importante e doverosa – aggiunge Simone Longhini, assessore alla Cultura del Comune di Varese – visto che oggi, troppo spesso, vengono strumentalizzati. Credo sia giusto che interventi come questo abbiano oggi successo, perché mettono in luce i vizi di questa politica. Al dibattito porto due considerazioni: il tema della meritocrazia, assente tanto nella politica quanto nella società italiana; la gerontocrazia della politica italiana. Credo che l’analisi dei problemi debba ripartire da una rinnovata meritocrazia e da un cambiamento della classe dirigente tanto in senso anagrafico quanto in rappresentanza di genere, promuovendo chi si dedica a questa attività per passione e non per fama o status sociale. A questo aggiungo l’importanza di un nuovo modo di comunicare, che riesca davvero a raggiungere tutti: fermo restando che il rapporto di persona, viso a viso, non deve sparire, in quest’ottica credo che internet e i social network possano ricoprire un ruolo fondamentale».

Il discorso si sposta poi su un tema di cui poco si dibatte, ma che è centrale nel discutere di democrazia: «Il libro dipinge un quadro fosco e credo che centri l’aspetto fondamentale degli ultimi vent’anni – spiega Antonio Orecchia, docente di Storia Contemporanea e Storia dei movimenti e dei partiti politici all’Insubria – La questione nasce con la caduta del muro di Berlino, con la fine delle ideologie e del voto di appartenenza sociale: in quel momento infatti si è aperta la strada ad una nuova forma di democrazia, la democrazia dell’opinione. L’opinione è diventata centrale e, quindi, è necessario innanzitutto capire come questa si crea. La politica non funziona poiché non funziona la selezione della classe politica». Se a livello locale, a fronte della conoscenza più personale del candidato, il problema non emerge, lo stesso non si può dire a livello nazionale «In cui l’opinione si forma attraverso la televisione. A venir meno è stato un filtro fondamentale – affonda il professore –: il giornalismo. Quello di cui secondo me bisogna dibattere sono gli strumenti che il cittadino ha a disposizione per formarsi l’opinione necessaria ad assolvere al suo compito democratico. Quello che il professor Foti auspica nel libro è una totale modificazione della gestione della cosa pubblica: ma la situazione è complessa perché manca il filtro necessario per poter selezionare al meglio la classe politica».

In cosa mancano pertanto i giornalisti? «Anche io sono un giornalista e nel libro sono stato duro nei confronti della mia categoria – conclude Foti –. In una società complessa come quella di oggi, il compito del giornalismo è accompagnare la società verso la conoscenza, facendolo in modo autonomo e libero; deve dare segno dei fatti in modo oggettivo e poi dare spazio alle interpretazioni personali, non il contrario. Oggi invece è aumentata la faziosità. A questo gravissimo errore se ne aggiunge un altro, imperdonabile: aver sfruttato e utilizzato in termini emotivi la dialettica politica, facendo diventare spettacolo lo scontro politico. Il giornalismo deve tornare alla sua funzione di accompagnare la coscienza democratica e civile del paese».

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Pubblicato il 24 Gennaio 2012
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