Giornalisti da film

L’informazione al cinema, cronaca di un equivoco. Matteo Inzaghi, direttore di Rete55, spiega di cosa palerà nel suo incontro aperitivo, giovedì 15 e venerdì 16 (alle 19) al Miv

di Matteo Inzaghi
Dagli albori della Settima Arte, il Cinema si misura col mestiere del giornalista. Talvolta esaltata, altre volte annientata, la figura del cronista (reporter, direttore, ogni tanto editore) è stata spesso illustrata in termini simbolici, quasi impersonali. Il giornalista, nei film, è raramente un personaggio. Più di frequente, incarna una tipologia, un’intera categoria (umana, professionale, etica), che a seconda dei casi va mitizzata o distrutta. Nel cinema americano, la figura del giornalista vive un destino analogo a quello dell’avvocato: a volte santo, altre volte diavolo. Non a caso, tutti i più grandi registi della Storia si sono misurati, almeno una volta, col tema del giornalismo e il mestiere del giornalista. Forse perché il giornalista assomma e sintetizza caratteristiche umane e risvolti sociali che la liturgia testuale della scrittura filmica può inquadrare e trasformare rapidamente in racconto. Senza troppi preamboli, senza eccessive spiegazioni.
Sia essa una figura didascalica o complessa (questo dipende dall’abilità dell’autore), il giornalista viene subito associato, dal pubblico, a un certo mondo, a certe dinamiche, a certi stereotipi (più o meno fondati), talmente radicati nell’immaginario collettivo da diventare a loro volta tratti distintivi, veri e propri topos (il look scarmigliato, l’abito sgualcito, l’auto scassata, gli occhiali, il cinismo beffardo). Dopodiché, a seconda dell’approccio stilistico e delle finalità narrative, la stessa figura viene declinata in termini positivi o negativi, eroici o detestabili, provvidenziali o parassitari. Nessun altro protagonista della Settima Arte (tranne, appunto, l’avvocato) vive una visione altrettanto manichea: bianca o nera, beatificata o maledetta.
Qualche esempio? Il fascino timido e intellettuale del Marcello di “La Dolce Vita” e la carismatica difesa della verità di Redford e Hoffman in “Tutti gli Uomini del Presidente”, non si contrappongono in maniera feroce al viscido cronista di “Manhunter”, capolavoro noir di Michael Mann nel quale il giornalista, anziché contribuire alla ricerca della verità, alimenta la ferocia del mostro?
E ancora: il martirio del goffo ma coraggioso giornalista de “L’Uomo che Uccise Liberty Valance” non si scontra col delirio di onnipotenza del re di tutti gli editori, il cinico e vorace “citizen Kane” di Orson Welles? E lo squallido e corrotto “gossiparo” De Vito di “LA Confidential” non somiglia forse al ritratto in negativo di James Stewart in “La Finestra Sul Cortile”, capolavoro hitchcockiano in cui la curiosità si afferma quale autentica leva della giustizia? Sono dinamiche e artistiche (a)simmetrie che nel recente Cinema italiano hanno trovato un’intelligente sintesi in “La Giusta Distanza” di Carlo Mazzacurati, nel quale il giovane cronista riesce a diventare un (vero) giornalista nel momento in cui decide di ignorare le lezioni di indifferenza impartite dal suo direttore, personaggio in cui esperienza e distacco emotivo formano un inquietante connubio.
Nelle due serate di GlocalNews, il 15 e 16 Novembre al MIV, citeremo questi e molti altri titoli, dividendo (e sintetizzando) gli stili, gli approcci e le ragioni che hanno portato sul grande schermo una infinita carrellata di giornalisti. Figure rassicuranti proprio perché idealmente e irrealmente monolitiche. 

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 06 Novembre 2012
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