“Eccellenza” lombarda tra morti e silenzi imbarazzanti

Il silenzio assordante di ATS Insubria che non risponde alle domande e minaccia querele in un quadro drammatico che fa pagare ai cittadini le scelte di 25 anni di governo sanitario della Regione a favore del settore privato

coronavirus ospedale

È passato un mese dal provvedimento che ha colorato di arancione tutta la Lombardia. Avevamo avuto un segnale forte dei rischi che avremmo corso già dalla notte del 21 febbraio quando all’ospedale di Codogno si era registrato il primo caso di contagio da coronavirus.

Un mese che ha cambiato completamente le nostre abitudini. Noi così abituati alle strette di mano, pacche sulle spalle, abbracci, abbiamo dovuto imparare a praticare la distanza sociale.

Nello stesso periodo abbiamo imparato ad aspettare tutte le sere i dati. Quei famosi dati che raccontano il numero dei contagi, i ricoverati, i posti in terapia intensiva, i decessi. Appuntamenti fissi su Facebook con la diretta dalla Regione a Milano e poi dalla Protezione Civile a Roma. Abbiamo familiarizzato con l’assessore Gallera e con Borrelli.

Intanto i morti crescevano e in alcune province la situazione diventava drammatica. Abbiamo aspettato per cercare di capire. Coscienti che non eravamo di fronte a “una semplice influenza” che quindi andava affrontata senza tanti piagnistei e che tutto sarebbe dovuto ripartire grazie anche ai classici video emozionali con i droni che sfidano i piccioni sui tetti di Milano. Gli errori di valutazione li abbiamo fatti tutti e a tutte le latitudini. Ci farebbe bene a tal proposito un po’ più di umiltà e riflettere su quanto siamo provinciali e poco attenti, ma ora siamo in una fase diversa. Non dimentichiamocelo però…

Abbiamo detto che le parole chiave erano fiducia, responsabilità e connessione. Ci abbiamo creduto e ci crediamo ancora. Nel frattempo però ci aspettavamo anche di avere un orizzonte, di sentire qualche analisi, di avere indicazioni che permettessero di leggere meglio i fatti. Ci siamo attenuti alle fonti ufficiali, anche se via via che passavano i giorni qualcosa iniziava a stonare.

Nelle situazioni di crisi la comunicazione dovrebbe avere dei protocolli molto chiari e rigorosi. Un portavoce che parla, meglio se con un ruolo anche operativo professionale, e toni pacati che aiutino i cittadini. Un servizio di informazione semplice e trasparente che dia forza alla comunità e la tenga unita. Nessuna propaganda, con la politica diversi passi indietro. In Lombardia non è andata così. Non sta andando così. Anzi, via via che passavano i giorni abbiamo assistito a una escalation che ha portato in prima fila i massimi esponenti politici. Ognuno poi in ordine sparso con dirette Facebook a piacimento, conferenze stampa senza confronto con la stampa, passerelle e altro. È stato messo in piedi un sistema di amplificazione dei messaggi. Insomma l’esatto opposto di quello che indicano tutti gli esperti di comunicazione di crisi. L’assessore ha addirittura ribattuto che lui ci ha messo la faccia e hanno scelto di fare le dirette per non vedere distorto il suo messaggio dai giornali.

Intanto cosa stava succedendo sul campo? Medici e sanitari senza fiato. Fatti diventare eroi loro malgrado. Tutto centralizzato negli ospedali che nel frattempo avevano dovuto correre a rivedere ogni tipo di organizzazione. Gli stessi ospedali in cui erano stati decimati i posti letto in questi 25 anni di guida formigoniana e leghista della Regione. Il nostro Pier Fausto Vedani, uno dei migliori giornalisti varesini da sempre, pacato, tanto da essere definito “il cardinale”, già direttore della Prealpina, ci si è dannato l’anima con questa storia. Ha scritto fiumi di parole accusando i rischi di un depotenziamento delle strutture pubbliche. Ha portato dati, fatto riflessioni, raccontato i cambiamenti. Alla faccia della tanto decantata eccellenza che c’è per tante ragioni, ma con falle che ora presentano il conto. Non dimentichiamoci poi che le inchieste che si sono aperte in questi giorni riguardano proprio il rischio che l’epidemia si sia sprigionata per una discutibile gestione della struttura di Alzano.

Medici e sanitari che stanno pagando con la vita. Ne sono morti decine e quando arriveremo alla fine sarà un numero a tre cifre. In tutto questo mese e mezzo dalla notte di Codogno ci saremmo aspettati che i livelli territoriali si fossero attivati per avere chiaro cosa fare nelle strutture più a rischio come le Rsa e le Rsd. Invece ora scopriamo che lì dentro ci sono focolai ovunque con morti che giorno dopo giorno crescono in modo esponenziale.

L’altro ieri il direttore sanitario di una di queste strutture ci ha detto: “da domani potremo richiedere i tamponi per il personale e per gli ospiti. Ha capito bene: potremo richiedere che non significa che li avremo”. In un’altra struttura a Legnano il direttore generale un mese fa aveva lanciato un grido di allarme. Caduto nel vuoto. E morti e contagi si sono moltiplicati. In alcune strutture sono stati trasferiti malati dagli ospedali.

Il presidente Fontana a una domanda di un giornalista ha risposto che i dati sulle Rsa ce li avrebbe dovuti dare l’Ats perché di loro competenza. Noi è da un mese che proviamo ad avere un dialogo con quella territoriale della nostra provincia. La risposta è il silenzio. Anzi, le minacce. A metà marzo dopo l’ennesima lettera e messaggio in cui ci veniva raccontato che la direzione a Varese era decapitata per via di contagi diffusi del coronavirus all’interno della struttura di via Rossi, abbiamo chiesto una risposta precisa all’ufficio comunicazione. Ci è stato scritto questo: “Qui le segnalazioni anonime non hanno mai un seguito. Si risponde soltanto se firmano e rilasciano consenso al trattamento dei dati. Eventualmente azioni legali per diffamazione dell’ente se le dichiarazioni anonime vengono rese pubbliche… La firma fa la differenza tra una segnalazione e un pettegolezzo”.

Come se la questione fosse una firma e non la gravità di cosa stesse succedendo. Tenendo poi presente che la nostra domanda la firmavamo noi, quindi sarebbe stato sufficiente dire come stavano le cose e non minacciarci di querela.

Una risposta e un atteggiamento che lascia senza parole. Come se fosse da vergognarsi comunicare le difficoltà dovute al fatto che il vertice e pezzi importanti della direzione avesse contratto il coronavirus. Tutti ne parlavano, ma noi non diamo ascolto alle parole di “tutti” perché siamo seri e chiediamo alle fonti ufficiali come stanno le cose. La risposta non può essere: “scrivetelo e vi quereliamo”. Non ci siamo.

In progressione hanno denunciato una situazione drammatica nella relazione con Ats i medici di base, le Rsa, le Rsd, i sindaci, i consiglieri regionali e ci dimenticheremo pure qualcuno. Ancora oggi non conosciamo alcun dato di molte situazioni delicate sul territorio. Ci è stato concesso, avete capito bene: concesso, di poter mandare alcune domande. La risposta, alla faccia di quello che aveva detto Fontana, è stata: vi risponderemo solo a quella che riguarda il nuovo servizio delle Usca.

Sappiamo bene quale sia la complessità. Come sappiamo quanto importante sia cooperare e mettere da parte ogni polemica inutile. Questo è valso per il primo mese. Ora però si apre una fase nuova e quei silenzi non servono a niente.

Un mese in cui piuttosto che parlare della bomba atomica arrivata sulla Lombardia e ripetere come una litania della grandiosa eccellenza della sanità Lombarda, ci basterebbe sapere che si lavorerà per una sanità pubblica normale che assomigli a quella delle altre regioni che negli ultimi vent’anni non hanno smantellato ogni presenza territoriale e che per avere un esame clinico non si debba aspettare mesi, salvo farlo con lo stesso sanitario in una struttura privata.

Inizieremo a parlare della Fase 2 e questa andrà programmata augurandoci di ascoltare meno propaganda e più progettualità condivisa.

Noi saremo ancora qui. A informare convinti che sia fondamentale avere fiducia nelle istituzioni, agire con responsabilità e avere cura delle persone. Tutto questo però non significa restare in silenzio. Restiamo ottimisti sul fatto che andrà tutto bene. Lavoreremo anche noi per questo.

di marco@varesenews.it
Pubblicato il 09 aprile 2020
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Commenti

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  1. Scritto da Michele Milani

    Finalmente! c’è tanto da indagare e far emergere… non fermatevi!!!

    “Come se fosse da vergognarsi comunicare le difficoltà dovute al fatto che il vertice e pezzi importanti della direzione avesse contratto il coronavirus”: quanto sono d’accordo… direttori con stipendi faraonici che ricoprono una carica pubblica HANNO IL DOVERE di avvisare pubblicamente i cittadini della loro positività.

    Spero che se mai ci siano delle colpe, la magistratura trovi i colpevoli e li condanni!

  2. Scritto da Maurizio Parisi

    Bravissimo
    Un articolo stupendo; da incorniciare e rileggere , magari, tra qualche
    mese. Quando i “colpevoli” stravolgeranno la storia e diveteranno i veri
    eroi di questa triste vicenda. Il potenziamento della medicina di famiglia di cui faccio parte dovrebbe essere il pensiero fondamentale di una politica
    sociosanitaria, senza delegare a cooperative che non potranno mai
    conoscere il territorio come lo annusiamo noi.
    Ma…… non credo
    Complimenti a Marco Giovannelli

  3. Scritto da Vinx

    Finalmente nero su bianco quello che in molti pensano, che in tanti hanno provato a raccontare, che in troppi hanno visto messo a tacere.

    Per liberasi di un problema ci sono solo due modi: lo si risolve, oppure si smette di farne parlare…

  4. Scritto da Alberto Marcolli

    Buon giorno a tutti. Sono il padre di un medico ospedaliero e credo di parlare con una certa esperienza in materia.

    Parlerò con un esempio molto semplice:

    un cittadino lombardo lamenta da qualche settimana un dolore al ginocchio. Finalmente si decide a farsi visitare dal suo medico di famiglia. Mezza giornata di ferie, attesa di un’ora (se basta) e entra nello studio medico, tempo medio di una visita 5/10 minuti. Risultato una ricetta bianca per una pomata/pastiglie di un antidolorifico (spese in farmacia a carico del cittadino)
    Il dolore non passa. Altra mezza giornata di ferie, ecc. ecc. Risultato: una ricetta per visita specialistica. Tempi medi di attesa per la stessa dai sei mesi in su.

    Perfetto! C’è la sanita privata che di aspetta a braccia aperte.

    Spartizione di 100 euro come costo base di una visita specialistica tra i vari soggetti (cittadino lombardo escluso che paga e basta)

    Lo specialista è un medico ospedaliero che opera in “intra moenia”

    20 euro circa all’ospedale dove lavora il medico
    30 euro lordi circa al centro diagnostico
    50 euro lordi al medico

    Adesso arriva lo Stato che pretende la sua fetta:
    tassa di 15 euro circa sul compenso al centro diagnostico
    irpef di euro 20 circa sul compenso al medico

    Adesso arriva anche l’ENPAM
    trattenuta di 5 euro circa sul compenso al medico

    E tutti vissero felici e contenti.
    Amen

  5. Scritto da Alberto

    esperienza personale.
    da settimane ho male a un ginocchio. Mezza giornata di ferie e visita dal medico di famiglia. 6 minuti di orologio, me ne vado con ricetta bianca di pomata. Il male non passa, anzi si aggrava. Nuova visita, 4 minuti, ricetta rossa per visita specialistica. Tempi di attesa 8 mesi. Tre visite private 135 euro cad. a seguire intervento menisco, sempre privato, per forza!!, SE NONVOGLIO GIRARE A GAMBA DRITTA PER MESI, costo 6500 euro. Tutto a posto. VIVA L’ECCELLENZA LOMBARDA!!

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