Bitcoin, big data e fintech: cinquanta esperti a confronto alla Privacy Week

Tra gli organizzatori dell'evento anche l'economista varesino Jacopo Sesana che spiega perché si parla sempre di più di bitcoin e criptovalute

bitcoin

Cinque giorni di eventi, cinquanta speaker nazionali e internazionali che discuteranno di education and big data, money and finance, artificial intelligence, cybersecurity and innovation, open society and fundamental rights. È la Privacy Week, la prima conferenza su privacy, innovazione e  implicazioni democratiche dell’uso dei dati nella società dell’informazione, che si terrà dall’11 al 15 ottobre online.

Privacy Week è un evento organizzato da Privacy Network, associazione no-profit che si occupa di privacy e diritti digitali, e Next Generation Currency, brand che tratta contenuti relativi a bitcoin, criptovaluta, blockchain e fintech, con il patrocinio dell’Autorità garante della protezione dei dati personali.

Il programma, che è consultabile sul sito www.privacyweek.it, prevede tra gli ospiti accademici, aziende, professionisti ed esperti del settore. Tra questi, Guido Scorza, Paolo Del Checco, Giacomo Zucco, Donna Redel e Federico Tenga, solo per citarne alcuni, tra i massimi esperti di Bitcoin e cybersecurity. L’evento è un progetto di Andrea Baldrati, Diego Dimalta, Matteo Navacci, fondatori di Privacy Network, e di Jacopo Sesana, varesino di 26 anni laureato in Filosofia, studi internazionali ed economici all’Università Cà Foscari di Venezia.

Sesana, perché avete pensato di legare il tema della privacy a quello del Bitcoin e più in generale alle criptovalute?
«Il problema dei pagamenti è se tu vuoi o non vuoi comunicare qualcosa a qualcuno e quindi pone una questione di privacy. Con il contante hai garantito l’anonimato, garanzia che non hai con la moneta digitale. Molti anni fa, nel 1982, l’informatico David Chaum, durante una conferenza in una università americana, presentò un documento che sarebbe stato il seme del primo protocollo di moneta digitale che poteva essere davvero anonimo. Introducendo il concetto di firma cieca, la sua proposta ha permesso la creazione di un sistema di pagamento digitale basato sulla crittografia. Non solo, in quell’occasione disse che in futuro tutte le transazioni sarebbero state digitali, perfettamente anonime e tracciabili».

Ma quello delle criptovalute non è un anonimato assoluto?
«Nel caso del Bitcoin si parla di psudoanonimato perché si utilizza la crittografia asimmetrica che ha due chiavi: una privata, che abilita il possessore a spendere i suoi bitcoin, e una pubblica, una specie di Iban. Attraverso un’analisi della blockchain, cioè sulla catena dei blocchi, si può verificare e ricostruire la storia delle transazioni».

Perché si è appassionato alle criptovalute?
«Tutto è iniziato all’Università di Ca’ Foscari mentre studiavo Hayek e il tema della denazionalizzazione delle valute, un dibattito molto presente nella società liberale degli anni ’50 negli Stati Uniti. Anche se poi il primo paese al mondo che ha dato corso legale al Bitcoin è stato il Giappone e più recentemente il Salvador. In questo momento c’è un effetto “palla di neve”: quando un paese può fare qualcosa e trarne benefici sui costi, lo fa. Soprattutto se si deve liberare dalla tirannia del dollaro e non subire più l’egemonia dell’Fmi e della Fed».

I Bitcoin possono avere una funzione anticiclica, in un contesto dove i debiti sovrani e le tensioni dei mercati mettono a rischio i risparmi dei cittadini?
«Certo, perché sono svincolati da quelle logiche, non dipendendo dalle banche centrali».

Ci sono paesi che hanno fatto una manifestazione simile alla Privacy Week?
«Una simile è stata fatta in Portogallo, ma questi sono temi ancora poco esplorati e sui quali ci sono tanti pregiudizi».

Per esempio l’estrema volatilità delle criptovalute e l’energia necessaria per “minarle” *?

«Esatto. È vero che sono estremamente volatili ma questo dipende dal fatto che è un asset molto giovane, cioè siamo ancora in quella fase che la finanza definisce di price discovery. Non si sa ancora quanto è il loro giusto valore. L’energia che viene spesa all’interno della rete per il mining dei Bitcoin serve a proteggere dagli attacchi malevoli, è il costo della sicurezza che deve essere ripagato. Le aziende fanno signoraggio creando bitcoin ma chiunque può entrare in questo settore affrontando il costo delle macchine necessarie per il mining*. Ci sono ormai molte ricerche che dimostrano che una buona parte dell’energia, utilizzata per minare i bitcoin, viene da fonti rinnovabili».

*Il mining di Bitcoin è l’attività con cui questa criptovaluta viene estratta e quindi creata. Il miner, il minatore (metaforico) è colui che la svolge, nel caso del bitcoin, un calcolatore.

Siate prudenti ma non diffidenti verso i Bitcoin

 

Michele Mancino
michele.mancino@varesenews.it

Il lettore merita rispetto. Ecco perché racconto i fatti usando un linguaggio democratico, non mi innamoro delle parole, studio tanto e chiedo scusa quando sbaglio.

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Pubblicato il 06 Ottobre 2021
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