77 modi per fare politica senza diventare un pirla
Marco Pinti torna a scrivere con un libretto aforismatico per Edizioni Effetto: un cammino tra identità, potere e senso civico, senza risposte facili ma con molte domande giuste
“Mi ci son voluti 25 anni di militanza per accorgermi che non ho ancora capito che cos’è, davvero, la politica. Forse c’entra con l’ostinazione a complicarsi la vita, forse è un modo diverso di respirare, un po’ come avere le branchie. Di sicuro è molto di più di una collezione di opinioni, un profilo social e una tessera nel portafoglio”.
Marco Pinti torna a scrivere e lo fa con un libretto per Edizioni Effetto dal titolo enigmatico: Non si può mai sapere. Lui che ha diverse passioni, tra cui quella del cammino, su cui ci siamo incrociati spesso a riflettere insieme. Accettò curioso di scrivere il suo diario della Via Francigena su VareseNews, ma ora torna dritto alla politica con un libretto quasi di aforismi.
E “quasi” è la parola giusta. Perché Non si può mai sapere non è un manuale, non è un saggio, non è un diario. È qualcosa di più nervoso e libero: 77 frammenti numerati con il cancelletto, come hashtag, come paragrafi di un discorso che si rifiuta di diventare un trattato, alternati a intermezzi in prosa dove Pinti si mette in gioco in prima persona. Leghista dichiarato, con la tessera in tasca da più anni di quanti ne abbia passati senza, lo dice subito e senza sconti. E lo dice nel modo in cui si fa un outing: aspettandosi che qualcosa cambi nello sguardo dell’interlocutore.
La struttura è quella di un cammino, non potrebbe essere altrimenti. Ci sono tappe, soste, intermezzi narrativi in cui l’autore cammina letteralmente, zaino in spalla tra Alpi, Appennini e agro laziale, e usa quei passi per capire il proprio paese. «Italia è dire troppo, oppure troppo poco. Mai un luogo. Piuttosto, un carattere», scrive. Ed è una delle chiavi di tutto il libro: la politica che vale davvero nasce da un luogo, da una polis concreta, non da un’astrazione, non da un partito che esiste solo nei palazzi.
La voce di Pinti è quella di chi ha masticato politica dal basso, nei gazebo e nelle assemblee, e ne ha visto il lato ridicolo e il lato necessario insieme. Il titolo del libro, del resto, è anche un sottotitolo: 77 modi per fare politica senza diventare un pirla. E “pirla”, spiega con rigore quasi filologico al numero 2, deriva dal verbo milanese pirlare, girare intorno, esattamente come “ambizioso” dal latino ambire. La differenza sta nella ricerca di uno scopo.
Ecco il cuore del libro: lo scopo. Pinti distingue con chirurgica pazienza la politica dal dominio, la rappresentanza dalla carriera, il consenso dal controllo. La politica, dice, serve a tre cose: cambiare i rapporti di forza (asse verticale), generare possibilità (asse orizzontale), trasformare se stessi (profondità). Tutto il resto è rumore.
Gli intermezzi sono il respiro del libro. C’è quello sul cammino, quello sul “tempo dei Ciclopi”, dove Polifemo diventa metafora del populismo che distingue solo tra pecore e nemici, e quello sull’Europa, vista con l’occhio beffardo di un lombardo che ricorda di essere stato tedesco, spagnolo, francese e austriaco prima di diventare italiano. Ci sono le citazioni, alcune attribuite in modo volutamente sbagliato, lo confessa in appendice con un gioco di “contrabbando di assonanze”: una di Primo Levi attribuita a Fabrizio De André, una di Brodskij che porta la firma di Jünger.

Il finale è omerico, nel senso più letterale. Gli ultimi quattro modi di fare politica si chiamano Achille, Ettore, Enea, Ulisse: assediare le mura, difenderle, fuggire per rifondare, tornare a casa. Non è retorica: è una mappa di atteggiamenti che chiunque abbia fatto politica riconosce. E il settantasettesimo modo, quello conclusivo, è il titolo stesso: Non si può mai sapere.
Perché Pinti non chiude, non risolve, non consegna una ricetta. Lascia aperta la domanda che lui stesso pone al numero 58, «Ma che diavolo è la politica?», con la consapevolezza che forse è bello così. «È bello che l’umanità non abbia ancora capito che cos’è, davvero, la politica», scrive. «Vuol dire che ci interessa molto, come sempre quando inseguiamo il senso di qualcosa senza riuscire ad afferrarlo».
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