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Le lettere di Tobia e una ricerca lunga cent’anni: la Grande Guerra ritrovata da Max De Giovanni

Il racconto del bisnonno disperso nella Grande Guerra è diventato per l’autore ravennate un’indagine appassionata tra archivi, documenti e discendenti dei commilitoni. Una ricerca capace di suscitare interesse anche fuori dalla Romagna e che, il giorno dopo l’incontro di Castronno, approda a Bergamo

crrcando tobia max de giovanni

Più che la presentazione di un libro, quella andata in scena giovedì 10 settembre a Materia Spazio Libero di Castronno è stata la restituzione pubblica di una lunga avventura personale.
Max De Giovanni da quasi quattro decenni fa il Dj, ha il phisique du role da uomo della notte in riviera romagnola. Ma è anche il protagonista di una indagine personale e profonda, partita da una competenza già consolidata (la passione per la genealogia) e da un ritrovamento casuale: Cercando Tobia è il volume nato dalle lettere del bisnonno Tobia Ernesto Bendazzi, bracciante della bassa ravennate partito per la Prima guerra mondiale e dichiarato disperso nel 1917, nei giorni della disfatta di Caporetto.

distanza di oltre un secolo dalla vicenda originaria, il cuore della serata è stato forse soprattutto un altro: la passione con cui De Giovanni ha inseguito ogni traccia possibile, lasciandosi coinvolgere sempre più profondamente da una ricerca che all’inizio non avrebbe dovuto nemmeno diventare un libro.

Tutto comincia quasi per caso nel 2018, mentre De Giovanni sta riordinando l’archivio di famiglia. Tra vecchie carte trova le lettere spedite dal fronte da Tobia alla moglie e alle figlie. Il primo impulso, ha raccontato a Materia, era stato persino quello di disfarsi di quei fogli. Poi comincia a leggerli, li mette in ordine e qualcosa cambia. A riaprire definitivamente il caso familiare è soprattutto una cartolina spedita nel 1918 da Marino Zanotti, commilitone prigioniero, che scrive alla bisnonna Ida sostenendo che Tobia si trovasse nelle sue stesse condizioni e invitandola a sperare in nuove notizie.

Da quel momento quella che poteva essere una semplice curiosità genealogica diventa quasi un’indagine. «Ho pensato che dopo oltre cent’anni forse si poteva riscrivere la storia di Tobia», ha spiegato De Giovanni. E la ricerca si allarga progressivamente: archivi di Stato, documenti militari, Croce Rossa internazionale, registri dei campi di prigionia, contatti in Germania e in quella che oggi è la Repubblica Ceca, fino al tentativo di rintracciare, uno per uno, i discendenti degli uomini che avevano combattuto accanto al bisnonno.

È proprio raccontando questa parte del lavoro che è emerso con maggiore forza il coinvolgimento personale dell’autore. De Giovanni non si limita a consultare carte: prova numeri di telefono, scrive sui gruppi Facebook dei paesi, cerca negli archivi parrocchiali, segue coincidenze apparentemente insignificanti. Arriva fino ai figli e ai nipoti di alcuni commilitoni di Tobia, cercando fotografie, ricordi, frammenti di racconti tramandati in famiglia.

Quanto pesa il silenzio?

E da questi incontri emerge un elemento inatteso e doloroso. I reduci che De Giovanni riesce indirettamente a raggiungere attraverso i loro discendenti avevano scelto quasi tutti il silenzio. Quando figli e nipoti chiedevano della guerra, cambiavano discorso, si allontanavano o si chiudevano in se stessi. Non avevano dimenticato, osserva De Giovanni: avevano probabilmente cercato di dimenticare. Ed è anche questa consapevolezza a trasformare la ricerca su un bisnonno mai tornato in qualcosa di più ampio, nella storia di una generazione di uomini segnata da un’esperienza troppo dolorosa per essere raccontata.

La stessa figura di Tobia, del resto, prende progressivamente vita attraverso le lettere. Non un eroe costruito a posteriori, ma un uomo comune: un bracciante, marito e padre, richiamato alle armi quando aveva già più di trent’anni. Scrive chiedendo la fotografia della moglie e delle bambine, racconta gli amici, la nostalgia di casa e, quando la guerra diventa sempre più pesante, lascia filtrare nelle lettere censurate anche il proprio sconforto. Dopo la morte di un compagno arriva a definirla «questa maledetta guerra».

Particolarmente intenso è il passaggio dedicato all’ultima licenza del 1917. Tobia non vuole più tornare al fronte, pur sapendo che la diserzione potrebbe costargli la vita. Sarà la moglie a convincerlo. La figlia Rina, futura nonna di De Giovanni, aveva nove anni e conserverà per tutta la vita il ricordo di quei giorni e dell’ultima partenza del padre. È proprio attraverso i racconti di quella bambina diventata anziana che la vicenda era arrivata fino al pronipote.

La ricerca, però, non consegna un finale certo. Tobia risulta ufficialmente disperso dal 25 ottobre 1917. La cartolina di Zanotti fa pensare che possa essere sopravvissuto e finito prigioniero, ma nei registri superstiti del campo di Zwickau il suo nome non compare. Uno dei due registri, però, è andato perduto. «Un alone di mistero ha continuato a circondare la sorte di Tobia», ha ammesso De Giovanni, che resta convinto della fondatezza della testimonianza del commilitone ma non dispone della prova definitiva capace di chiudere la vicenda.

Ed è forse proprio questa assenza di una soluzione a spiegare la forza del progetto. A un certo punto, ha raccontato l’autore, è nata una «esigenza quasi fisica» di lasciare una testimonianza: terminata la ricerca, tutte quelle storie rischiavano altrimenti di richiudersi per sempre. Cercando Tobia nasce dunque non soltanto dalla volontà di ricostruire la sorte di un familiare, ma dal desiderio di salvare dall’oblio le vite di uomini comuni trascinati nella Grande Guerra.

Anche la forma del volume risponde a questa scelta. Il libro è quadrato, come un 45 giri, richiamando anche il mondo professionale da cui proviene De Giovanni, da quasi quarant’anni dj e autore di pubblicazioni dedicate alla musica e alla nightlife. Le immagini sono volutamente sfocate, i caratteri ricordano quelli delle vecchie macchine da scrivere e le pagine non hanno numerazione: non devono essere i numeri a scandire la lettura, ha spiegato l’autore, ma il passare dei giorni, dei mesi e delle stagioni nelle vite dei protagonisti. Durante la serata le lettere sono state accompagnate dalla voce di Rita Caravita, dando alla presentazione una dimensione anche teatrale ed emotiva.

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Una vicenda profondamente radicata nel Ravennate, dove Tobia viveva e dove De Giovanni ha condotto una parte importante delle sue ricerche. Proprio in provincia di Ravenna il lavoro ha suscitato negli anni un interesse significativo: già nel 2024 il Resto del Carlino aveva dedicato ampio spazio alla storia e alla lunga indagine dell’autore, mentre nel 2025 Cercando Tobia è stato inserito anche nel programma di “Mezzano Estate”, proprio nel territorio da cui proveniva il bisnonno.

L’interesse ha però superato da tempo i confini romagnoli. De Giovanni ha portato il suo lavoro in diverse città e contesti culturali, fino alla Biblioteca Universitaria di Genova e al festival èStoria di Gorizia.

E il viaggio continua anche immediatamente dopo Materia. Venerdì 11 settembre, il giorno successivo alla serata di Castronno, Max De Giovanni era atteso a Bergamo a Domus Orobica.

Da Mezzano a Castronno, passando per archivi, famiglie e città lontane, quella di Tobia continua dunque a essere una storia aperta. Non tanto perché manchi ancora una risposta definitiva sulla sua fine, ma perché la ricerca di Max De Giovanni ha finito per restituire voce a molte altre vite che rischiavano di restare soltanto nomi sbiaditi su una lettera di più di cent’anni fa.

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Pubblicato il 14 Settembre 2026
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