Mariano Lazzati: Io, se ci sono, vado

Episodio 8: Il nuovo progetto di VareseNews dedicato alle persone che tengono insieme comunità e territori. Giuseppe Geneletti racconta storie di legami, relazioni e sguardi capaci di far riflettere

mariano lazzati

Nasce Trame, il nuovo progetto di VareseNews dedicato alle persone che tengono insieme comunità e territori. Giuseppe Geneletti racconta storie di legami, relazioni e sguardi capaci di far riflettere. Mariano Lazzati – Parte 8 (qui la parte 1 – qui la parte 2 – qui la parte 3 – qui la parte 4 – qui la parte 5 – qui la parte 6 – qui la parte 7).


Qualche giorno prima del nostro ultimo incontro, Mariano Lazzati mi manda due fotografie. In una, sul campo di casa, corrono i bambini della Kolbe. Nell’altra sono schierati in maglia azzurra, insieme agli adulti. A una aggiunge: «Viva la vita!!!». All’altra: «Il nostro campo ha nuova vita con i bambini della Kolbe».

La frase è precisa. Non dice che lui ha dato qualcosa ai bambini. Dice che sono i bambini ad aver restituito vita al campo. In questa inversione c’è già molto di Mariano. C’è la casa raccontata nel secondo episodio, quella in cui i beni privati avevano senso se potevano diventare anche luoghi condivisi. C’è un terreno che non viene custodito per restare uguale, ma aperto perché continui a vivere. E c’è l’idea che chi offre qualcosa non rimanga mai soltanto dalla parte di chi dà.

Quando torno da lui per chiudere questa serie, Mariano non è seduto ad aspettarmi. È sul campo da tennis con un soffiatore. Spinge le foglie verso i bordi della rete. Gli domando perché non le aspiri subito. Mi spiega che l’aspiratore c’è, ma non sempre riesce a usarlo bene: prima raduna tutto ai lati, poi passa a raccogliere. «Quando fai fatica, pensi sempre a farne meno». È la stessa concretezza con cui, nel quinto episodio, parlava del lavoro e delle macchine: trovare un modo per risparmiare fatica, non per evitare di fare. Il campo va pulito. Il problema è capire come.

Generico 28 Sep 2026

Prima ancora di entrare in casa, gli chiedo se conosce un idraulico che possa occuparsi di una certificazione. Mariano non ha bisogno di pensarci molto. Forse Paolo conosce qualcuno di serio. Possiamo fare qualche telefonata. Poi ride: «C****, io faccio l’ufficio informazioni». Il giorno prima gli avevano chiesto una babysitter. L’aveva trovata.

L’ultimo episodio comincia così: con un campo da preparare e un contatto da cercare.
Gli chiedo di scegliere una sola scena tra le tante esperienze di volontariato. Una persona, un luogo, un momento rimasto nella memoria. Mariano la trova subito. Il giro del lago di Varese su un tandem, con un atleta cieco seduto dietro di lui. Era una delle prime volte con i Ciechi e Ipovedenti Sportivi Varesini. Aveva già messo a disposizione il pulmino. Poi lo avevano messo in sella.
«Sembra una cosa facile», dice. Davanti c’è chi guida, dietro chi pedala. Finché la strada è piana, si va. La difficoltà arriva al ritorno, sulla salita dal Sasso di Gavirate. Quando bisogna alzarsi sui pedali, i due corpi devono muoversi insieme. Non basta che quello davanti veda la strada. Se uno spinge da una parte e l’altro dall’altra, il tandem perde ritmo. «Lì devi coordinare».

Il nome del compagno gli torna in mente qualche minuto dopo: Gaetano Marchetto. Ma il primo ricordo non è un nome e non è una dichiarazione solenne. È una difficoltà tecnica. Una salita. Due persone che, per superarla, devono trovare lo stesso tempo. Anche questa potrebbe essere un’immagine di tutta la storia di Mariano, ma lui non la presenta come una parabola. Racconta ciò che ha fatto. Il tandem. Il pulmino prestato. Qualche esperienza nello sci di fondo. Attività pratiche, nate da relazioni e da occasioni concrete.

Si potrebbe ricostruire questa parte della sua vita mettendo in fila le sigle: scout, Ciechi e Ipovedenti Sportivi Varesini, Fondazione Renato Piatti, Alpini, Premio Chiara, POLHA, UILDM. Sarebbe un elenco lungo e, proprio per questo, poco fedele. Sotto i nomi delle associazioni torna sempre lo stesso movimento: accorgersi di una necessità, capire se si può essere utili, rendersi disponibili.

La prima traccia viene dagli scout. Di quell’esperienza Mariano non sceglie i campi, la promessa o le gerarchie. Gli è rimasta la buona azione quotidiana. Ancora oggi, dice, prova ad averla in testa. Non deve essere un’impresa. Può bastare una telefonata a qualcuno che non si sente da tempo. «Lui è contento di sentirmi. Questo è un regalo». Il regalo, precisa, è sentirsi ricordati.

Mariano non si attribuisce ruoli di comando. Anzi, dice di non essere mai stato capace di comandare. Anche parlando degli Alpini si definisce «uno dei tanti». Dopo il servizio militare a Vipiteno, già comparso alla fine del settimo episodio, è arrivato il Gruppo Alpini Varese. Alla Festa della Montagna, al Campo dei Fiori, c’erano strutture da montare e preparativi da fare. Lui saliva quando poteva. L’idea della Cronoscalata Tre Croci, inserita nella settimana della festa per condividere, sensibilizzare e raccogliere fondi, racconta che partì da lui. Poi c’è la manutenzione del parco Nelson Cenci, a Giubiano. I raduni lo interessano meno. Pulire un parco, di più.

È un volontariato fatto soprattutto di verbi poco appariscenti: guidare, caricare, montare, pulire, telefonare, accompagnare. Gli piace guidare, Mariano. Nelle otto puntate sono passati un tram, automobili, biciclette, sci, moto e aerei. Nei racconti di volontariato tornano soprattutto i pulmini. Portano le persone dove devono andare e, ogni volta, mettono in comunicazione punti lontani della città.

Per la Fondazione Renato Piatti, nata dall’esperienza di Anffas Varese, accompagnava i ragazzi da casa al centro di Bregazzana e, la sera, li riportava indietro. Quando sono arrivati volontari più giovani ha lasciato loro quel posto, continuando però a collaborare. Non parla dell’avvicendamento come di una rinuncia. Anche farsi da parte, quando c’è chi può subentrare, è un modo di far funzionare le cose.

Poi c’è il parmigiano. A Natale, pensa Mariano, non si sa mai cosa regalare. Ma chi non ha in frigorifero un pezzo di Parmigiano Reggiano? Trova un caseificio a Soragna, organizza gli ordini tra amici e sostenitori della Fondazione, trasforma un prodotto quotidiano in una raccolta fondi. Il primo anno sono settecento chili: circa venti forme, già tagliate e confezionate in pezzi da un chilo e da mezzo chilo. Va a prenderle in macchina. Riempie tutto, «anche sul tetto». La vettura torna da Soragna quasi impennata sotto il peso degli scatoloni.

La campagna va avanti da una decina d’anni. C’è chi ordina dodici mezzi chili, chi dieci o quindici pezzi da un chilo. Ci sono i contanti da raccogliere, i conti da consegnare alla Fondazione, il viaggio fino al caseificio. Quando gli propongono di cambiare fornitore, Mariano spiega che, se si trova bene con una persona, va avanti: l’abitudine diventa conoscenza, la conoscenza diventa relazione.

Non nasconde neppure ciò che funziona meno. Quando il prezzo di vendita aumenta, qualcuno preferisce il supermercato. Lui perde un po’ di entusiasmo. Lo dice senza nobilitare la fatica e senza fingere che bastino le buone intenzioni. Poi riprende gli ordini. «Si va avanti».
Per anni, accanto a Bambi e alle sue iniziative per il Premio Chiara, il suo è stato un «lavoro oscuro». Andare a prendere i fiori, portarli a teatro, riportarli indietro. Consegnare libri in Svizzera. Trovare chi aggiusta la stampante o chiamare un elettricista. Il lavoro pubblico aveva bisogno di una trama privata di commissioni e soluzioni. Mariano stava lì, dietro le quinte, senza che ogni gesto dovesse avere il nome di un’associazione.
L’«ufficio informazioni» nasce da questa abitudine. Qualcuno cerca una babysitter, una collaboratrice domestica, un idraulico. Mariano apre la sua rubrica mentale, chiama, collega. Non sempre risolve. A volte offre soltanto una pista. Ma gli piace quando alla fine sono contenti tutti e tre: chi aveva bisogno, chi ha trovato un lavoro e lui, che li ha messi in contatto.

L’esperienza più recente è con POLHA Varese. Comincia una sera, durante il falò di Sant’Antonio. Mariano incontra la presidente Daniela Colonna-Preti e, parlando, le pone la domanda che sembra ormai il suo modo di entrare nelle storie: «Non è che avete bisogno di qualcuno che guidi i pulmini?». Poco dopo è dentro.
A fine estate parte con il gruppo per una settimana a San Vincenzo. Sono una sessantina tra atleti, familiari e volontari. Al mattino Mariano percorre venti o trenta chilometri in bicicletta insieme agli atleti in handbike: lui davanti, un altro accompagnatore in coda, le strade da attraversare con attenzione. Nel pomeriggio ci sono il tennis tavolo, il mare, la vela. Su un catamarano tiene il timone e rassicura una donna che ha paura. «Stai tranquilla», le ripete. Poco alla volta la vede rilassarsi e lasciarsi portare dal vento.

Sotto una delle fotografie di quei giorni Mariano scrive in maiuscolo: «MISSIONE POSSIBILE». Nello scatto ci sono il mare, le biciclette, un’handbike e tre persone ferme sullo stesso lungomare. Non è l’annuncio di un miracolo. È il resoconto di qualcosa che si può fare quando mezzi diversi trovano la stessa strada.

Gli atleti lo ringraziano per l’aiuto. Mariano ribalta ancora una volta le parti: «Sono io che ringrazio voi». Poi formula la sua regola generale: «Dare vuol dire ricevere. E di solito ricevi più di quello che dai». Potrebbe sembrare una frase fatta. Nel suo racconto, però, arriva dopo le salite, i pulmini, le scatole di parmigiano, la paura in barca. Ha il peso delle cose provate.

L’ultima associazione entra nella conversazione quasi per caso ed è una storia appena cominciata. Andando a messa, Mariano vede un pulmino coperto di sponsorizzazioni. Si ferma a parlare con Daniele Bianchi e scopre la sezione varesina della UILDM, l’Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. Gli propone di incontrarsi. Si rende disponibile come autista. Se un giorno servirà accompagnare a Milano una persona per una visita, dice, basta telefonargli. Io scherzo: «I pulmini ti attraggono». Lui risponde con la frase che potrebbe tenere insieme tutto: «Io, se ci sono, vado».

Non è la promessa di esserci sempre. Mariano conosce i propri limiti, il tempo, la fatica, i momenti in cui ha lasciato spazio ad altri e quelli in cui l’entusiasmo è diminuito. Dice una cosa più umana: se posso, mi muovo. L’ottava puntata non chiude con un’opera compiuta, ma con una disponibilità per il prossimo viaggio.
Anche le fotografie del campo raccontano questo. Nel secondo episodio quella casa era il luogo in cui Mariano aveva imparato che si può condividere ciò che si possiede. Ora, molti decenni dopo, i bambini della Kolbe corrono nello stesso spazio. Non sono il pubblico di un benefattore. Sono quelli che danno al campo «nuova vita». Il cerchio si chiude soltanto perché rimane aperto.
Alla fine del nostro incontro Mariano mi dà una consegna: «Cerca di non pompare troppo la mia figura». Poi aggiunge: «Uno come noi. Ce ne sono tantissimi».

Ha ragione. Sarebbe un errore farne un santo. Nei suoi racconti ci sono impazienze, parolacce, entusiasmi che calano, iniziative riuscite e altre soltanto immaginate. C’è un uomo che ama sentirsi utile e sa che, aiutando, riceve qualcosa anche per sé. Ma sarebbe un errore anche lasciare invisibili lui e quei «tantissimi». Una comunità non si tiene insieme da sola. Qualcuno prepara un campo, telefona a una persona che non sente da tempo, guida un pulmino, carica settecento chili di parmigiano, porta i fiori, pulisce un parco, trova un contatto, apre un cancello.

Quando gli domando che cosa gli abbiano lasciato queste otto conversazioni, Mariano dice che gli hanno permesso di guardare la propria vita da fuori. A volte si era chiesto: che cosa ho fatto? Che senso ha avuto? Ritrovarsi nel racconto gli ha dato, dice, «una carica della Madonna». Forse è questo che può fare una trama quando diventa visibile: non inventare un eroe, ma restituire forma ai fili che c’erano già.

Nel primo episodio Mariano aveva posto una domanda: «Ma siamo umani, sì o no?». Otto puntate dopo, la risposta non è un elogio. È una disponibilità: «Io, se ci sono, vado».

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Mariano Lazzati e Giuseppe Geneletti


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Pubblicato il 30 Settembre 2026
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