Mariano Lazzati: A dodici anni a Hammersmith

Episodio 4: Il nuovo progetto di VareseNews dedicato alle persone che tengono insieme comunità e territori. Giuseppe Geneletti racconta storie di legami, relazioni e sguardi capaci di far riflettere

Generico 06 Jul 2026

Nasce Trame, il nuovo progetto di VareseNews dedicato alle persone che tengono insieme comunità e territori. Giuseppe Geneletti racconta storie di legami, relazioni e sguardi capaci di far riflettere. Mario Lazzati – Parte 4 (qui la parte 1 – qui la parte 2qui la parte 3qui la parte 4qui la parte 5). (La foto è di Orlando Sirola, Wimbledon 1957, scattata da Mariano quando lui aveva 13 anni. Sirola giocava in doppio con Nicola Pietrangeli. Arrivarono in semi-finale quell’anno. Sirola era alto quasi 2 metri.)


«Io ero incazzato». Mariano Lazzati lo dice ridendo, ma non scherza. A dodici anni viene mandato in Inghilterra. Da solo. Non con i genitori. Non con i fratelli. Non per una settimana. Per mesi. «Quattro mesi d’estate», dice. Da Sant’Ambrogio a Hammersmith.

Oggi, raccontata da lontano, la storia potrebbe sembrare perfetta: una famiglia illuminata, un ragazzo mandato all’estero, l’inglese imparato presto, Londra, Wimbledon, Cambridge, le lingue che poi gli apriranno il lavoro internazionale. Ma a dodici anni non la vedi così.

A dodici anni vuoi stare con gli amici. Vuoi giocare. Vuoi la tua casa. Vuoi il giardino, i fratelli, la bicicletta, Sant’Ambrogio. Vuoi mangiare come hai sempre mangiato. Mariano ricorda la differenza tra la tavola italiana e quella inglese. A casa c’erano il primo, il secondo, il contorno. In Inghilterra no. La pasta mancava. La cucina di casa mancava. Gli amici mancavano. E forse mancava anche la possibilità di capire perché i genitori gli stessero facendo quella cosa.

Dopo la casa di Sant’Ambrogio e dopo la Varese dei tram, Mariano esce davvero dal proprio mondo. Non sale più soltanto su un mezzo per andare a scuola. Sale dentro un’altra lingua, un’altra famiglia, un altro modo di mangiare, di parlare, di stare insieme.

«I primi due anni ero a Hammersmith», racconta. Zona ovest di Londra, verso Richmond, non lontano da Wimbledon. E allora bisogna provare a immaginarlo senza renderlo troppo eroico. Un bambino italiano che arriva in Inghilterra negli anni Cinquanta. L’inglese ancora incerto. Una casa non sua. Abitudini non sue. Cibo non suo. Persone che parlano una lingua che devi inseguire. Forse proprio per questo, molti anni dopo, Mariano dice una frase semplice: «Il discorso non era solo imparare l’inglese». «Impari un modo di vivere diverso».

Ecco il centro. Non solo una lingua. Un modo di vivere. La lingua è la porta. Dietro ci sono gli orari, il cibo, le regole, le distanze, il modo di parlare, il modo di stare a tavola, il modo di occupare il tempo, il modo di essere famiglia. Non necessariamente peggio. Diversamente. Forse è così che comincia davvero una formazione: quando ciò che conosci non basta più e devi trovare il modo di stare dentro qualcosa che non si adatta a te.

Mariano non resta chiuso in casa. «Con le mancette andavo a Wimbledon», dice. La frase sembra impossibile oggi. Un ragazzo di dodici o tredici anni, arrivato da Sant’Ambrogio, prende i pochi soldi che ha e va a vedere il tennis. Ricorda gli australiani. I nomi gli tornano uno dietro l’altro: Laver, Hoad, Rosewall. Forse qualche anno si sovrappone, qualche ricordo corre più veloce della cronologia. Ma i nomi sono ancora lì.

Non era soltanto stato mandato all’estero. Aveva cominciato a prendere possesso dell’esperienza. A costruirsi una piccola libertà dentro una decisione presa dagli adulti.

I genitori lo avevano mandato a Londra. Lui aveva trovato Wimbledon. Questa è la sua risposta. Non poteva scegliere la partenza, ma poteva scegliere dove andare con le sue mancette.

E allora la storia cambia. Il ragazzo arrabbiato non è più soltanto uno che subisce. Comincia a esplorare. La città non è più solo distanza da casa. Diventa possibilità.

Andrà in Inghilterra per sei anni. «Dai dodici ai diciotto», dice. I primi due anni a Hammersmith. Poi sulla Manica. Poi Cambridge.
Cambridge è il ponte sul fiume Cam. Racconta il punt, la barca piatta che si spinge con un lungo palo appoggiato sul fondo. Uno sta in piedi dietro. Pianta il palo. Spinge. La barca avanza.

Sembra semplice. Finché il palo non resta piantato. «Tu rimanevi attaccato al palo e la barca andava avanti», racconta. Lo dice ridendo. La scena si vede. Il ragazzo italiano in piedi sulla barca. Il palo fermo nel fondo. La barca che continua a muoversi. Lui che resta indietro, appeso, costretto a scegliere se mollare o finire in acqua.

Poi torna dalla padrona di casa e glielo racconta. Una figuraccia che diventa confidenza. Un gesto inglese provato con il corpo e non imparato su un libro. Forse per entrare davvero in un altro mondo bisogna anche accettare di perdere per un momento l’equilibrio.
Lui racconta la scena. E basta. Ma è proprio questo che colpisce nel suo modo di ricordare: le esperienze non diventano mai concetti prima di essere state corpi, luoghi, persone.

L’inglese è Hammersmith. Lo sport è Wimbledon. Cambridge è una barca che scappa. Il tedesco è una fattoria. Perché non c’è solo l’Inghilterra. A un certo punto Mariano parla anche della Germania. Monaco. Friburgo. Altri viaggi, altre famiglie, un’altra lingua.
E poi dice: «Sono andato anche in una fattoria a raccogliere le patate». Dopo Wimbledon, le patate. È una delle cose più belle della sua formazione. Non c’è nulla di patinato nel suo essere internazionale. Una fattoria in cui imparare il tedesco mentre fai un lavoro semplice e concreto.

Alla fine dell’università parla italiano, inglese, francese e tedesco. Quando arriva il momento di scegliere un lavoro, quella formazione diventa una differenza reale. «Avevo una marcia diversa», dice in sostanza. Ma ancora una volta non è soltanto una questione professionale. Le lingue gli avevano dato una capacità più larga: entrare in ambienti nuovi senza sentirli subito estranei. Capire interlocutori diversi. Muoversi. Adattarsi. Non chiudersi nel proprio codice.

Sceglierà Alfa Laval, azienda svedese. Tutto tornerà. L’inglese. Il tedesco. L’Agraria. Il lavoro tecnico-commerciale. Gli agricoltori. Le macchine. I viaggi. Ma prima di diventare competenza, tutto questo era stato disagio. «Io ero incazzato».

È importante non dimenticarlo. Perché altrimenti la storia diventa troppo facile. Sembra che ogni difficoltà sia già sapienza, che ogni scelta dei genitori sia immediatamente compresa, che ogni viaggio produca automaticamente crescita.

Non è così. A dodici anni Mariano non ringrazia per la visione educativa. Ha nostalgia. Ha fame. Vuole tornare. Probabilmente conta il tempo. E forse pensa che gli adulti non abbiano capito niente. Solo dopo, molto dopo, quella rabbia cambia significato. Non sparisce. Diventa memoria di uno strappo che ha aperto qualcosa.

Quando gli chiedo che cosa pensi oggi di quella scelta dei genitori, la riconosce. Capisce che stavano costruendo una base. Non solo linguistica. Umana. Gli avevano insegnato, anche con una certa durezza, che il mondo non sarebbe venuto sempre a prenderlo a casa.

Mariano pensa che oggi i ragazzi siano spesso troppo protetti. Lo dice senza troppi giri. Non crede che il problema siano soltanto i soldi o le possibilità. Crede che sia anche una questione di testa. Di paura. Di convinzione. «Bisogna crederci», dice. Credere che esporsi serva. Che un ragazzo possa affrontare qualcosa di difficile senza esserne distrutto. Che proteggerlo da ogni fatica non significhi necessariamente prepararlo alla vita.
Naturalmente ogni epoca ha le sue paure. E mandare oggi un bambino di dodici anni da solo per quattro mesi in una famiglia straniera sembra quasi inconcepibile. Ma il punto di Mariano non è copiare quel gesto alla lettera.

È non avere paura dell’esperienza. Non trasformare la protezione in recinto. Lui quel recinto lo aveva lasciato molto presto. La casa di Sant’Ambrogio restava. Il padre chirurgo. La madre. I fratelli. Il campanello. Il giardino. La Canetta. Il tram. Bianchi. Tutto restava.
Ma da Hammersmith in poi, casa non significava più l’unico mondo possibile. Significava il luogo da cui partire. E il luogo a cui tornare. Questa è una delle trame più forti della sua vita: Mariano diventa internazionale senza smettere di essere profondamente locale.

Non deve scegliere tra Varese e il mondo. Tiene insieme entrambe. Porta Sant’Ambrogio a Londra. Porta Londra dentro Sant’Ambrogio. Guarda Wimbledon e poi torna al campo da tennis di casa. Impara le lingue e poi le usa in un’azienda internazionale. Raccoglie patate in Germania e studia Agraria.

Il mondo non gli cancella le radici. Le allarga. Forse è questo che rende una persona davvero glocale: non vivere a metà tra due mondi, ma lasciare che si parlino. Chi resta sempre nello stesso luogo può conoscerlo profondamente. Chi parte può vedere altro. Ma chi parte e poi rimette in circolo ciò che ha imparato porta al territorio qualcosa in più.

Lui lo farà nel lavoro, nelle associazioni, nello sport, nelle relazioni. Ma qui siamo ancora prima. Siamo davanti a un ragazzo di dodici anni che non sa nulla di tutto questo. Sa solo che è lontano da casa. Che il cibo non gli piace. Che gli amici sono a Varese.

Nel primo episodio di TRAME, Mariano si fermava davanti a una ragazza che raccoglieva aghi di pino. Nel secondo cresceva in una casa che gli insegnava a condividere. Nel terzo imparava Varese salendo sul tram. Nel quarto viene portato fuori dalla propria mappa.

Ogni luogo aggiunge un filo. Ogni filo lo rende più capace di entrare in relazione con ciò che non gli assomiglia. Forse i genitori lo avevano capito prima di lui. Forse avevano intuito che una casa davvero forte non serve a trattenere i figli. Serve a permettere loro di partire. Ci mette anni a capirlo. A dodici anni è soltanto incazzato. Poi prende le mancette. Esce. E va a vedere il mondo giocare a tennis.


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Pubblicato il 09 Luglio 2026
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