«Ci hanno rubato i frutti del nostro lavoro»
I 70 ricercatori del centro Vicuron di Gerenzano, licenziati dalla Pfizer, manifestano per le vie del paese, lamentando l'atteggiamento predatorio della multinazionale
All’indomani del benservito ricevuto dalla Pfizer, i 70
ricercatori rimasti del centro ricerche Vicuron di Gerenzano sfilano per le vie
del paese. Non è una manifestazione di quelle consuete: a sfilare non sono tute
blu a migliaia per volta, con servizio d’ordine e discorsi infuocati di
sindacalisti in maniche di camicia; qui a portare per le vie di Gerenzano una
civilissima protesta sono poche decine di ricercatori in camice bianco, persone
che costituiscono un’elite scientifica del paese e si sentono tradite e
derubate.
“La ricerca italiana ingrassa Pfizer”, “Pfizer uccide la
ricerca”, “ricerca italiana USA e getta” si legge sugli striscioni dei
manifestanti. Uomini e donne di scienza, persone intelligenti e preparate, poco
portate ai facili slogan, e che per natura guardano al sistema di ricerca
americano come modello, diventano ora
antiamericani: i frutti amari di certa globalizzazione.
«Si parla tanto di ricerca e sviluppo, poi le multinazionali
straniere arrivano, comprano, si portano via i frutti del lavoro italiano e
chiudono» ripetono tutti in coro, come una litania. Ed è vero: i ricercatori
della Vicuron, come spiega una di loro, Monica Abbondi, avevano scoperto
un’interessante nuova molecola di origine naturale, il cui nome commerciale è
Dalbavancina, e che la Food and Drug Administration americana sta ora testando.
«Lavoriamo sui brodi di coltura di batteri e funghi, le sostanze di sintesi non
offrono la stessa ricchezza biologica della vita» speigano i ricercatori. E
proprio la Dalbavancina è la ragione per cui la Pfizer è sbarcata a Gerenzano,
acquisendo il centro ricerca Vicuron lo scorso anno.
La storia del centro ricerca nell’ultimo decennio è quella
di una serie di acquisizioni successive, di “spalle” che si fanno via via più
larghe, alle fine troppo larghe per non attirare certi appetiti. Nel 1997 nasce
Biosearch, prima società italiana di tecnologia, che già lavorava nel campo
degli antibiotici. In seguito, visti i
costi dell’attività, arriva la fusione con l’americana Versicor per dar vita a
Vicuron. L’anno scorso entra poi in scena il gigante Pfizer, acquisendo Vicuron
per qualcosa come 1,9 miliardi di dollari – questo dà l’idea dei profitti
futuri attesi dalla vendita degli antibiotici.
«La proprietà ci ha promesso a più riprese che avrebbe
cercato di trovare soluzioni positive per il centro ricerche» racconta la
dottoressa Abbondi. Un anno di incertezza, e già in 34, prudenti, avevano abbandonato il centro ricerche per altri impieghi. «Alla fine, ecco la soluzione: positiva, certo, ma per loro».
I problemi non finiscono qui. Difficile ricollocare
professionalità di livello elevato come questi ricercatori, che per la maggior
parte hanno 40-45 anni: esperti, ma non più giovanissimi. «Fossimo stati un centro
in crisi, che non produceva nulla di interessante, capirei, ma noi rendevamo, e
costavamo non più di una decina di milioni di euro l’anno, cosa sono per una
multinazionale?» rincara Abbondi – «non solo, ma le nostre scoperte sono state
sostenute e finanziate con fondi statali per la ricerca, soldi pubblici che ora
arricchiscono la Pfizer». E la cosa brucia, brucia molto.
Marco Caspani, ricercatore, propone un rimedio: «Se vogliamo
salvare la ricerca italiana, bisognerebbe agire a livello politico; per
esempio, se le multinazionali vogliono avere i loro farmaci in fascia A devono
impegnarsi ad avere in attività dei centri di ricerca in Italia». E più d’uno
dei manifestanti è amareggiato con il governo, meglio i governi italiani («cosa
fanno per difendere la ricerca?») Ribadisce il concetto anche il responsabile
di Femca-Cisl Varese Luigi Cannarozzo. L’esponente sindacale riferisce che
lunedì avrà luogo un nuovo incontro con la proprietà, «ma a questo puntodavvero
non ci si può più limitare a discutere solo di occupazione in senso stretto,
qui bisogna coinvolgere la politica in un discorso più ampio, per prevenire il
ripetersi di fatti simili».
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