Il colore del fiume
Dal passaggio di proprietà di Missoni a una chiesa di Caidate: viaggio nel filo che unisce Golasecca, l’Olona, il cotone americano e la storia industriale del Varesotto
«Lì c’era la fabbrica della famiglia di Rosita.» Angelo lo ha detto senza rallentare la bicicletta. Eravamo a Golasecca. Una strada qualsiasi. Un edificio non qualsiasi. Ma nessuna targa a ricordare che da quelle parti era passata una delle storie più fortunate dell’industria italiana. Abbiamo continuato a pedalare verso il Ticino. La conversazione è andata altrove. Ma certe frasi hanno il vizio di restare indietro ad aspettarti.
Qualche giorno dopo mi sono fermato nella chiesa di Caidate. Entrava il sole da una vetrata. La luce colorata correva sul muro e sull’altare. Rosso. Blu. Viola. Per un attimo mi è tornata in mente un’altra storia di colori.
Me l’aveva raccontata Piera. Quando prendeva il treno per andare a Brera, lei e gli altri ragazzi facevano una scommessa. Passando sopra l’Olona cercavano di indovinare di che colore sarebbe stato il fiume quel giorno. Chi sbagliava pagava il caffè. Oggi sembra una caricatura. Allora era normale. L’industria tessile colorava il paesaggio prima ancora che i tessuti.
Per capire Missoni bisogna partire da qui. Non dalle sfilate. Non dalle boutique. Non dagli zig-zag. Da un fiume. Da una fabbrica. Da una provincia. Prima che diventasse moda, il Varesotto era filo.Era filatura. Era tessitura. Era tintoria. Era il rumore dei telai. Era l’odore acre delle lavorazioni. Era
l’acqua dell’Olona che faceva girare ruote, lavava stoffe e portava via colori. Per oltre un secolo interi paesi hanno vissuto così. Gallarate. Busto Arsizio. Somma Lombardo. Golasecca. La valle. Le ville. Le campagne. I cortili. Tutto girava attorno allo stesso materiale. Il cotone.
Ma il cotone non cresceva qui. Questo è il punto. La nostra provincia sembrava locale. In realtà era globale da sempre. Il cotone arrivava dagli Stati Uniti. Attraversava l’Atlantico. Entrava nel porto di Genova. Saliva verso la Lombardia. Diventava filo. Poi tessuto. Poi lavoro. Poi ricchezza. Poi paesaggio. Poi memoria.
Una parte di quel cotone era stata raccolta nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti da uomini e donne schiavi. Una donna schiava in Alabama non avrebbe mai sentito parlare di Golasecca. Una ragazza di Golasecca non avrebbe mai conosciuto l’Alabama. Eppure, le loro vite passavano attraverso lo stesso filo. La globalizzazione non è nata con Internet. Prima di viaggiare nei cavi, viaggiava nei fili.
Poi arrivò la Guerra Civile americana. Le forniture si fermarono. Le fabbriche europee entrarono in difficoltà. Bisognò cercare nuove strade. Nuovi mercati. Nuovi fornitori. L’Egitto. L’India. Altre rotte. Altri porti. La storia economica del mondo è quasi sempre la stessa storia. Quando una materia prima smette di arrivare, qualcuno parte a cercarla altrove. Valeva per il cotone. Vale per il petrolio. Vale per il gas. Vale per le terre rare. Cambiano le merci. Non cambia la dipendenza.
In questi giorni la famiglia Missoni ha lasciato definitivamente la proprietà dell’azienda che aveva contribuito a creare più di settant’anni fa. È una notizia economica. Ma forse è anche un’occasione per ricordare da dove era iniziato tutto. Non da Milano. Non da Parigi. Non da New York. Da qui. Da una provincia che molti considerano periferia. Da una fabbrica di scialli a Golasecca. Da un fiume che cambiava colore. Da migliaia di mani che filavano, tessevano, tingevano. Da una ragazza che si chiamava Rosita.
Nella chiesa di Caidate la luce continuava a muoversi lentamente sulla parete. Rosso. Blu. Viola.
Gli stessi colori della vetrata. Gli stessi colori che Piera cercava dal finestrino del treno. Gli stessi colori che per generazioni hanno dato lavoro a questa terra. E anche le sue ferite. La provincia è un posto strano. Ti fermi a guardare un raggio di sole dentro una chiesa. E finisci per attraversare un fiume, un oceano e due secoli di storia. Senza esserti mai mosso.
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