Il sole delle Alpi è di un certo Leonardo

Varese - Il simbolo compariva già in alcuni scritti del genio del Rinascimento

Ho recentemente letto sulla stampa la polemica che ha innescato “Il sole delle alpi”, il simbolo leghista che viene spacciato per un antico simbolo celtico la cui natura resta però ignota, (inspiegabile agli stessi leghisti), ma che appare anche su mobili e suppellettili domestici, nonché sul mobile indiano di Claudio Del Frate.
Non mi interessa parlare del significato politico di tale simbolo, ma piuttosto dare un contributo per chiarirne l’origine.
Bisogna subito dire che il simbolo è un classico disegno geometrico che si può facilmente imparare a fare a scuola con un compasso, (in casa mia ho appeso ad una parete lo stesso simbolo disegnato da mia moglie quando frequentava le scuole medie nel 1962) e che certamente molti insegnanti avranno fatto comporre ai propri alunni.
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Questa figura geometrica, data la sua facile esecuzione, può diventare un grazioso decoro adattabile a qualsiasi superficie, sui mobili, sui capitelli, sulle colonne, sui vasi di ceramica, sulle mattonelle ecc. Questo disegno non ha certamente origini celtiche, o almeno non è stata fino ad ora trovata alcuna prova che lo sia. Qualche anno fa però, mentre stavo effettuando una ricerca storica su un personaggio del nostro rinascimento, ho trovato un documento nel quale era disegnata forse la più antica costruzione geometrica del “sole delle alpi”. Da “padano doc” devo dire che questo personaggio non ha origini lombarde, è piuttosto noto nel mondo e non ha nulla a che fare con i Celti. Si chiama infatti Leonardo da Vinci.

Note esplicative della figura:

La retta (ab) ac vale il semi diamitro del circolo, e vale la sesta parte della circumferenza del circolo.
abc, porzione, à il suo lato recto, che vale la setsa parte della circumferenzia del circolo, e vale la metà del diamitro del medesimo circolo; addunque farai, (il) overo aprirai il sesto secondo il lato ab di tal triangolo, e farai il circolo abnm.
Li 6 paralleli, ridotti in 6 quadrati, vagliano il massimo quadrato acSt, (e li lati di) e un de’ lati di ciascun d’essi quadrati si fa semi diamitro d’uno cerchio sub speculo al suo circolo massimo.
(Tal porzione) Sempre tutti li quadrati, facti de’ paralleli, in che è diviso, resoluto il (q) massimo quadrato, vagliano (e esso) il loro tutto, cioé il quadrato massimo.
E sieno di che il numero si voglia, e di che varietà si voglia.
Tal proporzione è da porzioni simili a porzion simile di due circoli, quale è da quadrato a quadrato, alle fronte del quale esse son congiunte, essendo porzioni fatte sopra la sesta parte del suo circolo.
Le superfizie eguali per i numeri e per la regola detta dirai 1/2 d’1/3 d’1/4 di che numero fia, e 3/4 di 4/5 di 7/8. Fa così: riduci la prima squadra di rotti a un medesimo rotto, e così la 2a, e poi da d’esse 2 somme, come prima di là facesti.
Delle superfizie simili tal proporzione (é da parte simili) è nelle parti simili, quale é nelli lor tutti. Adunque, sendo due circoli di sedecupla proporzione, le porzioni, tolte all’uno e all’altro del quarto della lor circunferenzia fien simili in figura e in proporzione sedecupla.
De’ circoli di sedecupla proporzione la sedecupla parte del maggiore val tutto minore.
E per questo seguita che, essendo qui li due circoli nella medesima detta proporzione, cioè che la porzione del circolo maggiore vale sedici volte la minore.
Tal proporzione è da circolo a circolo, quale è da diamitro a diamitro multiplicato in sè medesimo.
Ora io leverò il sectore diminuito abc della decta porzione maggiore, e a quella aggiungnerò la sua perfeczione, e fia g e f, e separerò le parte aggiunte (co li) dal capitale con una linia recta, e sarà hi; di darò al settore perfecto un semi circolo equale a lui, (ovvero doppio a lui) e fia Lmo, del quale, traendo el sectore predetto, overo la giunta che fece il settore (s) perfecto, cioé a, e traendo altrettanto del semi circolo, e resterà nm, equale al f.
manmLof a si leva all’una e all’altra superfizie, ch’essendo, come sono, equali, il rimanente resta equale; addunque nm vale f.

Trascrizione a cura della Regia Accademia dei Lincei (Ulrico Hoepli 1895)

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 03 gennaio 2003
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