Angelica e Samar, sorelle per la pace

Angelica Calò Livné racconta il suo impegno per la pace in Terrasanta insieme alla palestinese Samar Sahhar. Questa sera in scena lo spettacolo "Bereshit" a Magnago

In questi giorni Angelica Calò Livné è in Italia per la tourneé del suo Teatro Arcobaleno che mette in scena lo spettacolo di mimo, danze e suoni "Bereshit – in principio – Figli di un solo Padre". Il Teatro Arcobaleno è una creazione recente, fondato nel settembre 2002, e accoglie insieme 31 ragazzi ebrei, musulmani e cristiani di Galilea. È nato nel momento più difficile e buio della Seconda Intifada, quando violenza e fanatismo raggiungevano picchi insostenibili e si contavano nuove vittime ogni giorno. Dall’angoscia e dalla sofferenza dei ragazzi per questi continui lutti è nato il grido di pace di "Bereshit". Gli spettacoli in programma sono oggi, sabato 16 aprile, alle ore 21 a Magnago (MI) presso il Cineteatro San Michele (via Asilo, 8), e lunedì 18 aprile alle 21 a Gorla Minore al Collegio Rotondi.

Angelica Calò Livné, l’animatrice del Teatro Arcobaleno, è nata a Roma. A dodici anni viaggiò in Israele con i genitori e si innamorò di quella terra e della sua gente, tanto che a vent’anni, nel 1975, si trasferì nel kibbutz di Sasa, presso il confine con il Libano. «Lì si applicavano e si applicano in modo democratico e partecipato le idee di Marx e del socialismo, da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni» spiega Angelica. C’era però (e c’è) il rovescio della medaglia: il rifugio antiaereo a due passi da casa, l’esercito sempre mobilitato (in cui oggi militano due dei quattro figli di Angelica), il Paese assediato da eserciti nemici pronti a schiacciarlo al minimo segno di debolezza. Angelica negli anni si è specializzata nel campo dell’educazione attraverso il teatro. Quando vide esplodere la Seconda Intifada, Angelica decise che la misura era colma e che era tempo di fare un teatro per la pace. «Il teatro è comunicazione; e oggi comunicare è difficile, è una caratteristica del nostro tempo. Con il teatro si riesce a raccontare e raccontarsi» afferma. «Negli anni, poi, ho scoperto che l’appofondimento della propria identità culturale e religiosa non è di ostacolo alla comprensione delle ragioni altrui, anzi la aiuta e la rafforza».

I contatti di Angelica Calò Livné con l’Italia divennero intensissimi grazie al giornalista Luigi Amicone, direttore del settimanale "Tempi" e collaboratore de "Il Foglio" e "Il Giornale", che la invitò a conferenze e dibattiti; poi, un giorno, Angelica fu inivata ad intervistare Samar Sahhar, palestinese cristiana, che dirige un centro per bambini orfani e una casa per donne che hanno subito abusi a Gerusalemme Est. «È stato come se ci fossimo conosciute da sempre» racconta Angelica, che in Samar ha trovato un’amica sincera, con la quale conduce una campagna per la pace in Terrasanta, riscontrando ogni volta un successo di pubblico eccezionale. «In Israele l’accoglienza è sempre stata straordinaria, c’è un desiderio di pace incontenibile. Per me trovare un’amica palestinese che condivideva questo è stato come vedere la luce dopo le tenebre». Angelica e Samar sono state premiate nel 2004 dai Frati francescani di Assisi, e si sta organizzando anche una loro candidatura al Premio Nobel per la Pace.

«In Italia putroppo molta gente, specie in certa sinistra, vede gli israeliani solo come oppressori, e si schiera a favore dei palestinesi. La vera sinistra, per me che ne faccio da sempre parte, è saper valutare torti e ragioni di tutti con equità. Samar dice spesso che ebrei e palestinesi sono entrambi ostaggi della politica dei Paesi arabi, che da sempre aizzano le masse contro Israele non appena si intravvede una speranza di pace. Ma la vera grandezza di Israele, in questa condizione di guerra perpetua, è di essere rimasta un Paese fortemente democratico». Sul tema del discusso muro che si sta edificando per separare israeliani e palestinesi, Angelica sospira: «Il muro è figlio dell’odio e del sangue sparso negli anni. Bisogna educare i giovani a rispettarsi e a non odiare più: questo faremo io e Samar, perchè un giorno quel muro possa cadere». Grazie all’interessamento di una parlamentare laburista della Knesset (il Parlamento d’Isreale, ndr), tra qualche tempo 50 donne israeliane potranno superare i checkpoint di confine e recarsi in Palestina, a Betania, per impastare il Pane della Pace insieme a 50 donne palestinesi: sarà la Giornata del Pane, fortemente voluta da Samar Sahhar, a simboleggiare che non tutto è perduto.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 16 aprile 2005
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