Primo Levi: l’uomo, lo scrittore, il testimone

Un ritratto del grande scrittore torinese, sopravvissuto di Auschwitz, nella conferenza del professor Alberto Cavaglion per le scuole

Sono passati vent’anni ormai da quando Primo Levi (foto) andò a raggiungere i tanti compagni che aveva visto morire in campo di sterminio. Era l’11 aprile 1987 quando questo insigne esponente della letteratura italiana si gettò nella tromba delle scale di casa, forse sopraffatto dal peso dei ricordi. Un peso che ben ha espresso oggi, incontrando al Teatro Sociale i ragazzi di vari istituti cittadini (Ipc Verri, Liceo Artistico, medie Fermi e Bossi) il professor Alberto Cavaglion, storico e critico letterario dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea Giorgio Agosti di Torino, nonchè autore di numerosi studi sulla figura di Levi, come lui di famiglia ebraica.

È giusto riscoprire, anche in vista del giorno della Liberazione, questo autore lucido, profondo e apprezzato internazionalmente (si veda solo, come fonte online, l’ottimo articolo che gli dedica la Wikipedia in lingua inglese). Di fronte ai ragazzi Cavaglion ha disegnato a tutto tondo il persognaggio Levi, che ebbe modo di conoscere personalmente in gioventù: un uomo schivo, riservato, fortemente impregnato di una visione logica e positivista del mondo, quella della Torino in cui era cresciuto. Il legame con la città natale, in cui Levi trascorse tutta la vita eccetto il periodo della Resistenza e della deportazione ed occasionali viaggi di lavoro, fu determinante. L’autore ne parla ne Il sistema periodico, opera fra le sue maggiori, ricordando con accenti divertiti ed affettuosi e notazioni linguistiche il carattere dell’ebraismo piemontese e i propri antenati. Quegli antenati cui Cavaglion ha dedicato il suo più recente lavoro, Notizie su Argon. Gli antenati di Primo Levi da Francesco Petrarca a Cesare Lombroso.

Primo Levi fu insieme uomo di lettere e di scienza: studiò chimica, il che gli salvò la vita ad Auschwitz. Lì fu infatti "assunto" a mo’ di schiavo in un laboratorio, risparmiandosi il peggio dell’inverno 1944-1945 mentre i compagni perivano come mosche di fame, malattie e maltrattamenti lavorando all’aperto con quattro stracci addosso, come lui stesso aveva dovuto fare per lunghi mesi. Levi aveva comunque una formazione letteraria solida, da allievo di liceo classico: nelle sue opere, osserva Cavaglion, le citazioni ricorrenti sono Dante, Manzoni e la Bibbia, punto di riferimento della sua laicissima religiosità di ebreo non osservante, ma osservatore attento dell’uomo.

«Da vent’anni siamo in lutto per la perdita di Levi, eppure è un sentimento che non gli si addice» rimarca Cavaglion, spiegando ai ragazzi delle scuole bustesi il carattere di un uomo lucido e razionale, che conosceva il buio dell’anima ma non volle farsene dominare nella sua opera di scrittore e testimone. «Per Levi era immorale lo "scrivere oscuro"» ricorda Cavaglion. «Per lui la chiarezza espressiva, il farsi capire agevolmente, era centrale. La sua intelligenza era quella di osservare con curiosità cose diverse e porre e porsi domande (precisamente quello che non hanno fatto i ragazzi portati a teatro questa mattina, ndr). Ora lo si sacralizza facendone un profeta o un vate, ma lui diffidava di queste figure».

Accanto a Cavaglion e a Delia Cajelli, organizzatrice della giornata di studi su levi che proseguirà nel pomeriggio con il recital "Se questo è un uomo" della sua compagnia AT.Theatre, trattod all’omonimo racconto autobiografico su Auschwitz, preziosa è stata la presenza di Angiolino Castiglioni (foto). Simbolo vivente delle sofferenze della Busto in guerra, partigiano, torturato dai fascisti e deportato nell’infame lager bavarese di Flossenbürg dove morirono decine di migliaia di uomini, Castiglioni ha ribadito la sua fiducia nei giovani che spesso incontra nelle scuole. Il tema del silenzio al rientro dalla deportazione, del senso di colpa strisciante per essersi salvati, è stato al centro del suo intervento. «Perchè siamo ancora qui? Ci cercavamo, noi superstiti, per chiedercelo». E ci vollero anni perchè la società accettasse di sentir parlare di questi orrori, che a caldo aveva voluto dimenticare per tornare a vivere nella frenesia del presente, della ricostruzione. Rimesse le fondamenta materiali, solo allora fu possibile cominciare a riedificare quelle morali: e qui sta la grandezza dei Levi, dei Castiglioni, dei Nedo Fiano, dei testimoni tutti.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 16 aprile 2007
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