La scuola non riesce a orientare i ragazzi

Dall'indagine commissionata da UST e Provincia emergono le difficoltà del sistema che si scontra con stereotipi e giudizi emotivi

Gli studenti in terza media sono chiamati a scegliere il proprio futuro« L’orientamento non funziona. Non smuove le vocazioni e non fornisce elementi utili a delineare un percorso formativo che dia concreti sbocchi occupazionali» È lapidaria la bocciatura del direttore dell’Ufficio scolastico territoriale Claudio Merletti. L’attività di orientamento che viene effettuata ai ragazzi di terza media va ripensata: «Non funziona perché i criteri di selezione sono al contrario, perché impediscono la mobilità sociale. Perché sono basti su una gerarchia dei saperi legata al profitto e al comportamento che nulla hanno a che vedere con la vocazione professionale».

Dall’indagine effettuata da UST e Provincia in 62 medie della provincia e che ha coinvolto quasi cinquecento insegnanti emerge una politica di orientamento ancora precaria, che si avvale di scarsi strumenti e che si affida, per lo più, alla buona volontà dei docenti impegnati su base volontaristica a ottenere una formazione adeguata.

Due sono i problemi maggiori del sistema di orientamento: l’affidamento di questo lavoro a docenti, che sono soprattutto donne e che insegnano materie umanistiche,  e la scarsa considerazione che le famiglie hanno delle valutazioni scolastiche su attitudini e capacità dei propri figli. 

In un mondo del lavoro complesso e in continua evoluzione, il principale criterio di scelta della formazione è legata all’andamento scolastico: nessuno studente con una media dell’8 o del 9 ha scelto lo scorso anno un istituto professionale o un CFP. Viceversa, chi ha avuto 6 in pagella non si è certamente iscritto a un liceo. Uguale, anche se in termini meno drastici, si rivede nella corrispondenza tra condotta e tipologia di scuola scelta: il 6 in condotta ha praticamente scoraggiato tutti dalla scelta liceale mentre chi ha avuto 9 o o 10 ha raramente scelto un percorso formativo professionale.

Anche in presenza, comunque, di consigli chiari da parte dei professori circa le attitudini e le capacità dei ragazzi, le famiglie si sono spesso comportate seguendo stereotipi o convenzioni culturali: « Il nostro sistema va innovato profondamente – commenta il dottor Merletti – non si può arrivare sino al biennio superiore per capire il proprio destino. È qui, infatti, che arrivano le bocciature e le dulisioni, a volte in modo traumatico. Occorre maggior chiarezza e rigore in tutto il primo ciclo scolastico». Anche su questo punto l’indagine è chiara: spesso il fallimento scolastico e la dispersione sono legati proprio a scelte condotte con metodi “emotivi” con il passa parola, il sentito dire o le ambizioni famigliari. I dati delle ultime iscrizioni dove, per la prima volta, sono stati registrati gli esiti dei consigli orientativi con un evidente scollamento tra consiglio e scelta, dimostrano ancora che il sistema ha bisogno di strumenti più efficaci che vadano dalla formazione e motivazione dei docenti, meglio se in equipe, al coinvolgimento maggiore dei genitori sulla spiegazione del mercato del lavoro, sulle visite in azienda con esperienze lavorative in stage o alternanze.

Un modello su cui UST e Provincia si impegnano a proseguire per rendere le scuole sempre più efficaci nella formazione e nell’attribuzione di competenze spendibili in base alle proprie inclinazioni e aspirazioni.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 19 maggio 2011
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