Vent’anni fa l’incendio della Biblioteca di Sarajevo

Nella notte del 25 agosto 1992 i cannoni dei nazionalisti serbi distrussero l'edificio che custodiva la storia di 600 anni di convivenza. Oggi la sua rinascita avanza tra le difficoltà: è un simbolo dello spirito della città

E in una notte di vent’anni fa a Sarajevo bruciarono un milione e mezzo di libri, seicento anni di percorsi di convivenza. «S’alzano i roghi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe» cantavano i CSI parlando della Vijecnica, la biblioteca di Sarajevo bombardata e incendiata dagli obici e dai mortai dei cetnici, i nazionalisti serbi che volevano distruggere la città e i suoi abitanti. Era la notte tra il 25 e il 26 agosto 1992. Oggi, a distanza di vent’anni, l’edificio è quasi interamente ricostruito, dopo anni e anni di restauro reso difficile dalla mancanza di risorse.

La Vijecnica era stata costruita nel 1892-94 dagli austriaci, che da una decina d’anni amministravano la Bosnia: ospitava il Municipio di Sarajevo, lo stile architettonico "moresco" evocava l’Oriente, ma era estraneo alla tradizione locale ed era anche una rivendicazione del ruolo dell’Austria (nella foto: l’arciduca Francesco Ferdinando e la moglie escono dalla Vijecnica, pochi minuti prima dell’attacco di Gravilo Princip). Dopo la Seconda Guerra Mondiale divenne "biblioteca nazionale e universitaria della Bosnia Erzegovina". Nel 1992 – a cent’anni dalla nascita – divenne uno dei primi obbiettivi delle artiglierie dei cetnici serbo-bosniaci, con una scelta simbolica profonda: i nazionalisti volevano distruggere la città come luogo della convivenza e dell’incontro tra i popoli e le culture. E la Biblioteca era il simbolo maggiore di quella convivenza, della città pluralista.

Tra le mura della Vijecnica era custodita – fino a poche settimane prima – l’Haggadah di Sarajevo, il più antico documento ebraico d’Europa, portato dagli ebrei sefarditi cacciati dai pii regnanti di Spagna e accolti in terra turca, nella "città serraglio" fondata da un governatore musulmano. Dopo l’inizio della guerra nell’aprile 1992, l’Haggadah – opera trecentesca, di valore inestimabile – era stata messa al sicuro nel caveau della banca nazionale di Bosnia, così sopravvisse alle fiamme. Non era la prima volta che era stata in pericolo: dopo il 1941 i nazisti diedero la caccia al prezioso documento, prova della presenza dei giudei in Europa. La salvò il capo bibliotecario Dervis Korkut: il funzionario d’origine albanese dal nome musulmano nascose l’Haggadah, la portò sui monti dove fu custodita da un imam in un villaggio della Bosnia rurale, nella modesta bibioteca della sua umile moschea. Oggi l’Haggadah è custodita in una stanza blindata al Museo di Storia, la si vede da uno spioncino (ma al museo d’arte ebraica, nell’antica sinagoga sefardita, se ne può sfogliare una copia). Il bibliotecario Dervis Korkut è considerato da Israele uno dei "giusti", perché oltre all’Haggadah salvò anche alcuni ebrei sarajevesi.

"S’alzano i roghi in cupe vampe": nell’incendio causato dai nazionalisti serbi bruciarono un milione di volumi, 155mila rari o preziosi, 478 manoscritti unici. Alcuni cittadini e bibliotecari furono uccisi o feriti dai cecchini, mentre tentavano di salvare i libri dal rogo. Rimasta per anni abbandonata, oggi la Biblioteca è fasciata dalle impalcature: le sue mura guardano da un lato il bazar della Bascarsija e le grandiose moschee, dall’altro i ponti in pietra sul fiume Miljacka, al di là dei quali stanno i quartieri Latinluk e Bistrik. Nell’arco di poche decine di metri lo sguardo coglie i minareti, il campanile della chiesa dei Francescani, la ciminiera della fabbrica di birra Sarajevsko, bevanda simbolo della città, in un Paese e in una città a maggioranza musulmana. A breve distanza, la sinagoga Ashkenazita, quella ancora usata per il culto dai 700 ebrei rimasti in città. Nel corso della guerra tutti i luoghi di culto finirono sotto il tiro degli assedianti, furono danneggiate persino la Cattedrale Ortodossa e la Chiesa vecchia (nella foto, il campanile ancora segnato), le chiese di quell’ortodossia a cui si rifacevano i nazionalisti serbi che volevano cancellare la città multiculturale. "Urbanicidio", lo chiamarono alcuni: non scontro tribale, non etnia contro etnia, ma campagna contro città, identità e fondamentalismo religioso contro sociatà aperta e multiculturale. A Sarajevo come a Vukovar, nell’estate del 1991. Sarajevo, dentro, la difesero in migliaia: cittadini musulmani, croati, "jugoslavi", anche serbi (come il generale Jovan Divjak). La difesero con i kalashnikov e i razzi anticarro Zolja, ma anche con le mostre d’arte e i concerti e il teatro e il festival del cinema.

Oggi musulmani, cattolici, ortodossi, ebrei, atei, "jugoslavisti" vivono ancora a Sarajevo insieme. Basta per dire che il multiculturalismo ha resistito? I partiti identitari – serbi, croati, musulmani – hanno guadagnato posizioni in Bosnia, complice l’architettura istituzionale inventata da USA ed Europa, per cui persino la presidenza della Repubblica è triplice, con un croato, un musulmano e un serbo che si alternano (alla faccia di chi non si riconosce nelle tre categorie). La società civile di Sarajevo – giornali, associazioni – combatte spesso le battaglie per il multiculturalismo in solitudine, arginando la spinta nazionalista rimasta dopo la guerra e dopo la divisione della Bosnia in due "entità", la Federazione e la Repubblica Serpska. Sarajevo sembra la capitale di un’Idea, più che di un Paese: ricostruire è difficile, la ricostruzione materiale – oggi la città è piena di turisti, i segni della guerra si vedono sempre meno – è più facile che non la ricostruzione degli animi e della cultura.

Anche la Biblioteca lo racconta: a inizio agosto 2012 – mancano ancora un paio di anni a finire il tutto – dietro le impalcature l’intonaco dei muri color senape e mattone è perfetto, un operaio lima già la lastra di marmo all’ingresso (nella foto). Ma la biblioteca vera e propria è ancora da ricostruire, come luogo di cultura – "i libri ricopiati a mano, possibili percorsi" cantati dai CSI. Ci lavora la società civile, ci lavorano le Ong europee e americane e quelle turche. C’è chi con la Bosnia ha un legame particolare e dà il suo contributo, come lo stimato avvocato di Vicenza che ha appena donato 1300 volumiC’è spesso chi dice che è simbolico il ritardo nella ricostruzione: chiese e moschee restaurate in pochi anni, centri commerciali nuovi di zecca, ma ancora quel luogo d’incontro è da ricostruire. Crescono in Bosnia nuove moschee nate dal nulla, ma intanto chiude la Galleria Nazionale, rimasta senza soldi: anche in questa estate 2012 davanti al museo un grande cartello bianco-rosso grida lo sdegno dei sarajevesi. Per un certo periodo – il lustro dopo l’11 settembre – i media occidentali hanno dato manforte, dipingendo ossessivamente la Bosnia come luogo nelle mani degli integralisti islamici, con tanto di immancabili "foto shock" e servizi televisivi "shock".

Ma Sarajevo – nel 2012 come durante l’assedio – rimane un baluardo contro gli integralismi e i nazionalismi che la comunità internazionale ha sdoganato con gli accordi di Dayton del 1995 e che le campagne incarnano, con le loro divisioni e i villaggi etnici. Altre città, come Mostar, appaiono ormai irrimediabilmente divise in due. Sarajevo resta un baluardo per la Bosnia e forse anche, simbolicamente, per l’intera Europa, che ha ceduto molto al nazionalismo, alla chiusura identitaria, al tentativo di demonizzare ciò che altro da sè.
I turisti fanno le foto sulla sniper alley, davanti al celebre Holiday Inn e ai palazzi bombardati. Lo spirito della città esiste ancora, anche se la città è fragile. È la banale normalità delle relazioni umane: nonostante i nazionalisti, nonostante i mille partiti etnici, al tramonto – tra i minareti di Bistrik e il campanile di Latinluk – la ciminiera della fabbrica di birra Sarajevsko fischia vapore acqueo verso il cielo, nei bar si beve caffè turco e si stappano bottiglie. Mentre il muezzin annuncia la fine della giornata di Ramadan.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 25 agosto 2012
Leggi i commenti

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.